cos'è la pulsatilla
Detto tra noi? Non lo so di preciso neanch'io. Una mala erba che uno sciamano mi prescrisse perché «ero cattiva». Che avesse ragione o no, ormai è troppo tardi per cambiare nome.

il mio bel romanzo che non ha letto praticamente nessuno

copertina Giulietta Squeenz


il mio non-romanzo che hanno letto praticamente tutti



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venerdì, 09 gennaio 2009
 
Stasera vi voglio parlare di un film. Ma prima di parlare del film bisogna che vi parli di uno dei suoi registi, e di come l’ho conosciuto.
Francesco è arrivato a casa mia un anno e mezzo fa, completamente bagnato di pioggia. All’AppleStore dove avevo comprato il mio rognosissimo e – così mi pareva dopo due giorni passati a collegare spinotti – difettosissimo iMac mi avevano messo in mano una serie di nomi e relativi numeri di telefono per l’assistenza tecnica, tra i quali ne avevo scelto uno per simpatia fonetica. L’eufonico tecnico e io avevamo preso appuntamento per quel pomeriggio affinché lui mi accomodasse la rogna. Diluviava. All’epoca convivevo con un ragazzo che guardava in cagnesco tutti quelli che varcavano la porta di casa; io e l’eutecnico scambiamo pochi spezzoni di frasi, sistemiamo il computer e ci congediamo prima che il carlino gli azzanni la caviglia. Data la dimestichezza con cui il ragazzo mi ha illustrato il programma per editare sceneggiature, deduco che fa il tecnico della Apple come secondo lavoro e solo per mettere il piatto a tavola, e che di primo mestiere fa qualcosa attinente al cinema. Nel successivo anno e mezzo abbiamo scambiato pochissime parole via email – per lo più su problemi informatici; e qualcuna di più, giusto per indorare la ruvidità del primo incontro e per svelare i rispettivi mestieri – e scopro, infatti, che fa il regista. Scopro poco altro: che è amico di Daniele Silvestri, che ha una vespa, che ha una compagna e che ha una bimba in arrivo. Non credo più che per capire una persona ci si debba dire chissà che, infatti mi sono convinta che Francesco abbia un cuore puro dal primo scontroso approccio con i miei cavi usb e senza sapere assolutamente nulla di lui.
Fine della prima storia.
Seconda storia.
Gli Inti-Illimani sono un gruppo di musicisti cileni vestiti con il poncho che nasce alla fine degli anni Sessanta. S’inerpicano con le dita su strane chitarrine, gorgheggiano felicemente, percuotono campanacci, scuotono maracas e parlano di rivoluzione. Il golpe del ’73 di Augusto Pinochet, politico storicamente contrario al poncho, li costringe all’esilio. I sei musicanti allegri trovano asilo in Italia, dove i giovani dell’epoca, tra cui mia zia, affollano i loro concerti e copiano di sgamo i loro album. Vent’anni dopo io recupero uno di quei nastri piratati a casa di mia nonna e imprendo una meritoria  opera divulgativa degli Inti-Illimani presso la scuola media Ugo Foscolo di Foggia in comode audiocassette TDK (che all’epoca erano corredate da adesivi: un’automobile rossa, un cuoricino, una tazza di caffè e una chitarra che potevi attaccare dove volevi. Non è mai stato chiaro dove dovessimo attaccare la tazza di caffè). Quindici anni dopo devasto il mio computer con una lunga serie di cazzotti perché non mi carica i programmi e chiamo il mio tecnico di fiducia eufonica. Il quale mi fa aspettare un sacco di giorni prima di accorrere in mio soccorso perché è tutto preso dai pannolini e dal suo nuovo film. Arriva a casa mia un pomeriggio in cui diluvia. La scena si ripete identica all’altra, con la differenza che stavolta mi fa vedere le foto della pupa e mi mette in mano il dvd del suo film. Che film? Un fantastico documentario sugli Inti-Illimani: introduzione di Daniele Silvestri, del quale si menziona sul frontespizio la straordinaria partecipazione.
Terza storia.
Una mattina un mio amico mi fa: stasera c’è il concerto di Daniele Silvestri a Manfredonia. È gratis. Andiamo.
Non avevo mai sentito Daniele Silvestri dal vivo. Non mi ero mai presa la briga di ascoltare la sua musica, me lo ricordavo soltanto come un ragazzo tristacchiotto e sottopeso, quindi di sinistra, che esordiva al festival di Sanremo con una canzone inquietante classificandosi ultimo.
Dico ok. Andiamo a vedere Daniele Silvestri a Manfredonia. Sarà un concerto deprimente. Lui appoggerà la bocca sul megafono e ci dirà che il mondo fa cacare. Tra l’altro oggi mi sento io stessa come il cazzo. Perfetto quindi. È anche gratis.
Quella sera scopro che Daniele Silvestri è: un ragazzo spiritoso e vitale con un dente storto; un ottimo musicista; un compagno; un uomo divertente; un ragazzo amato; uno gnocco. Riconosco, sotto una pila di canzoni, un loop preso paro paro dagli Inti-Illimani e mi gaso. Passo il tempo a ballare e a chiedermi se potrei invaghirmi di Daniele Silvestri. La risposta arriva presto.
Quarta storia (breve, un sunto)
Incontro al concerto la mia collega di teatro e scopro che lei segue Daniele Silvestri ovunque in tutta Italia e sguinzaglia le faine per scoprire in che albergo dorme e lo segue al ristorante e si mette in macchina e dice al pilota «segua quella macchina» e quando lo troverà si butterà ai suoi piedi – dice – e fa tutto questo perché vuole sposare Daniele Silvestri. (La soluzione più ovvia {Facebook} arriverà sette anni dopo.) E lì per lì realizzo che non farei mai nulla del genere, preferisco andare a casa, quindi comprendo che no, non potrei invaghirmi di Daniele Silvestri a questi livelli, e vado a casa.
Seconda storia (reprise)   
Nel 1986, con la caduta di Pinochet, gli Inti-Illimani possono fare ritorno in terra patria. All’aeroporto li attende una folla oceanica di cileni di tutte le età, felici e commossi; credono ancora negli ideali della libertà e cantano a memoria le loro canzoni, anche le più recenti, e infatti non si capisce chi gliele abbia mandate (se non mia zia). Una parte del gruppo decide di trovarsi un lavoro serio e si mette a fare tipo gli elettricisti. Lo zoccolo duro dei musici resistenti, primo fra tutti Jorge Coulòn, presentissimo in carne e ossa anche nel documentario, nelle vesti di se stesso, nelle forme di un vecchietto simpatico e ottimista che somiglia in tutto e per tutto a mio zio Roberto (che è vedovo e vive in Argentina, per chi fosse interessata a sposare un sosia di Coulòn), continua a fare musica rivoluzionaria e senza perdere neanche un grammo di allegria rimpolpa il gruppo con giovani elementi di talento: un violinista, un percussionista, un flautista e un grassone nero cubano che sembra la risposta sudamericana a Bosco-Albert-«pessimo elemento»-Baracus dell’A-Team e suona tutto, e credo che faccia anche la differenza nel caso in cui un futuro dittatore decida eventualmente di rompere ancora i coglioni.
La loro musica è essenzialmente sempre la stessa con piccole varianti. Musica de panza, così de panza che le perdoni pure di essere noiosa e zeppa di radici quanto i gerani di mia nonna. E guardando le immagini in bianco e nero dici cazzo, guarda là com’erano felici, guarda come ci siamo ridotti male noi con la macchina dal meccanico e il naso sporco di cocaina, possibile che prendiamo Gigi D’Alessio da Carrefour e ci siamo lasciati convincere che la musica sia questo. Tutto sommato gli Inti-Illimani fanno tenerezza perché ti mettono il cuore in mano, nessuno gli ha fatto il trucco e parrucco, parlano con semplicità per un’ora e mezzo e senza avere un discorso dritto, senza bugie, senza un filo di burro ti aprono la porta di casa e ti fanno vedere come suonano. Cantano con Daniele Silvestri e arrostano le salsicce in spiaggia. E poi il film finisce. E tu, spettatore, sei di nuovo nella tua vita, quella che ti hanno insegnato a chiamare libera. Ce l’hanno insegnato quelli, cos’è la libertà, quelli che vanno a fare la guerra dicendo che portano la pace, quelli che blindano i candidati sotto il bollino democratico, quelli che vogliono fare piazza pulita dei comunisti per fare spazio all’innovazione ma posseggono radio televisioni e giornali esattamente come Brežnev. Quelli a cui ci siamo consegnati mani e piedi, lasciando che rifondassero non solo la costituzione ma il vocabolario e tutto ciò che prima era nostro.
Epilogo (vado a concludere)
Il documentario, girato fra l’Italia e il Cile nell’arco di anni, raccoglie le interviste dei vecchi e nuovi membri del gruppo e insieme a loro ricostruisce la storia degli Inti-Illimani e la Storia in generale. Quella con la maiuscola, quella tout-court, delle battaglie che fanno vincitori e vinti. Naturalmente il tutto è raccontato dal punto di vista dei vinti che non sanno di esserlo. Perché il socialismo ha fallito, ma la notizia non sembra essergli arrivata. O magari proprio vinti non sono, se non altro perché a quello che cantano ci credono. E continuano, come i due registi che li hanno amati e filmati e seguiti ovunque, a fare del socialismo una ragione di vita. Fanno tenerezza, l'ho detto.
 
Inti-Illimani - Dove Cantano Le Nuvole, un film di Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli (www.dondelasnubescantan.net)
pulsatilla | 18:16 | commenti (21)


"A me basta di sapere che mi pensi anche un minuto
Perché io so accontentarmi anche di un semplice saluto
Ci vuole poco per sentirsi più vicini.
Scrivimi."