cos'è la pulsatilla
una pianta. Ha le foglie divise in lacinie lineari, pelose. Cresce nei luoghi erbosi o fra le rocce. Mi è stata prescritta una volta. Quando ho chiesto al mio terapista perché, lui mi ha risposto "Perché sei cattiva". Questo è un blog cattivo per combattere la cattiveria, come da precetto omeopatico. E pulsatilla è una parola che mi somiglia molto. Piccola, saltellante.

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(si pronuncia squinz)


copertina Giulietta Squeenz


el libro piu venduto nei pejori bar de caracas




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venerdì, 27 giugno 2008
 
Sono stata ad Arezzo a presentare il libro. Ho dormito in una foresteria del centro, un antico palazzo della curia ristrutturato e ricoperto di affreschi scrostati, a guardarli sembrerebbero del Duecento, ma io di affreschi non ci capisco niente; mentre mi facevo la doccia mi sembrava di fare una «doccia paleocristiana» (libera associazione di parole: di paleocristiano non c’era nulla). Il palazzo è gestito da una coppia di catanesi, la moglie cucina sprigionando nel cortile un odore di polpette, di sugo ai peperoni, di casa. Lui è simpaticamente scorbutico. Non avrei mai scelto di dormire in un posto del genere, mi ci hanno messo gli organizzatori. Il catanese ci tiene a dirti, dandoti in mano le chiavi della stanza 202, che lì ci ha dormito anche Pippo Baudo.
Sul palco della presentazione eravamo in quattro, ma due sono dovuti andare via prima, quindi siamo rimaste io e una giornalista che non aveva letto il mio libro perché aveva capito male il programma. Bel posto, all’aperto, a ridosso delle mura medicee. Quindi ho fatto ore di monologo che non saprei ricostruire. Ogni tanto qualcuno rideva. Alla fine la platea era decimata, e la giornalista ha mostrato la sua ascella pelosa ai pochi eroicamente rimasti ammettendo di depilarsela poco.
Io e la giornalista che non ha letto il mio libro siamo state scacciate dalla foresteria paleocristiana alle dieci in punto di stamattina. Siamo due dormiglione, ce l’eravamo confessato ieri sera, quindi abbiamo puntato la sveglia alle nove e mezzo, spudorate ma forti di quest’alleanza sul dormire, e ci siamo trovate orfane di stanza –in strada - con la valigia ancora mezza aperta e lo spazzolino ficcato in bocca come un chupa chupa. Alle dieci, insisto sul dettaglio. Mancavano ancora tre ore al treno, allora andiamo a vederci il crocifisso di Cimabue, abbiamo detto, sì sì, facciam quelle a cui l’arte importa sul serio, e al cospetto della quale l’essere schiantate giù dal letto è poca cosa.
Siamo andate al bar, prima mossa. Non puoi vedere il Cimabue senza aver preso il caffè, d’altra parte. E accanto al caffè ci abbiamo messo anche una fetta di torta alle noci, che fa molto guelfi. E un cappuccio, che fa molto ghibellini. E una brioche, che fa molto è mattina. E un po’ d’acqua naturale, che fa molto caldo. E due sigarette, che fa molto trendy. E si sono fatte le undici.
Poi c’è stato un problema mestruale, perché la giornalista che non ha letto il mio libro aveva le avvisaglie di blablà ma non aveva gli assorbenti («dovresti leggere il mio primo libro» - l’ho buttata lì, sai mai – «in cui si parla del mestruo e si dimostra che Dio è misogino»); siamo dovute passare in farmacia, dove io ho indugiato a lungo su un polpo di gomma con occhi e bocca, di quelli che fanno fiffuw fiffuw quando li strizzi, di quelli che galleggiano nella vasca da bagno, per intenderci. Rosso. Bello. Tre euro e sessanta, l’occasione fa l’uomo ragno, lo prendo o non lo prendo? Non l’ho preso.
E siamo finite a girellare senza meta. Ci siamo perse fra piazze, antiquari, mercatini, cianfrusaglie di nessun conto, locandine vetuste di La vita è bella. Ci saremmo dovute mettere sulle tracce di Cimabue ma eravamo troppo pigre per spiegare la cartina. «Niente Cimabue», abbiamo deciso. «A me l’ultimo album manco m’è piaciuto».
Nel nostro vagabondare siamo incappate nella chiesa di San Francesco, con l’abside affrescato da Piero della Francesca. Ovviamente, siccome eravamo in terra di Toscana, Piero della Francesca è diventato «Piero», pronunciato come lo pronuncerebbe Piero Pelù, e cioè col vocione, «Pieroooooouah».

-  Qui c’è Pieroooooooouah – abbiamo tuonato entrando nella chiesa di San Francesco.
-  Ma gli affreschi di Pierooooooouah? – ha gorgogliato la giornalista a una sagrestana di San Domenico.
-  Woah, la Maria Maddalena del mitico Pieroooooouah – ho detto facendo il gesto rockenroll delle corna, appena messo piede in Duomo.

E così via.
Alla fine abbiamo visto anche il Crocifisso del Cimabue, verso il quale abbiamo sviluppato un’adorazione groupie davvero degna del Liga, che nel nostro caso era il Cima.
E poi ci siamo messe a parlare losangelino («so like, this is, like, la piaissa del duomow, right?») e calabrese («quehsti toschani c'hanno una culturah vastah, che spazzzia in tutti i campih, un campo di patateh, un campo di cipolleh, un campo di melanzaneh, una coltura vastissima, almeno treh, quattroh ettari») e  il pugliese («Signòura, sono Stefanicchi Conzuelo, ho provato a chiamarvi a casa, mò ho chiamato, uì? mò: chè non ci stavate? Tante cose»; «E quello il cane ancora non ci ho imparato a rispondere. Comunque signora, tu provi più tardi. Di nuovo, tande cose a voi, nuovamende»).

Avrei anche delle osservazioni serie da fare su Arezzo, ma sono le quattro del mattino e devo chiudere baracca, quindi vi chiedo per una volta un atto di fantasia. Sarebbe d'uopo chiudere questo post demenziale con qualcosa di sobrio, tipo «Bella Arezzo, comunque», o menzionare l’ampio bar storico del centro, poeticamente decrepito e pieno di buon cibo, che sarà spazzato via per fare posto a un centro commerciale Zara.

E invece niente. Bella Arezzo, comunque.
pulsatilla | 03:59 | commenti (22)


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