cos'è la pulsatilla Detto tra noi? Non lo so di preciso neanch'io. Una mala erba che uno sciamano mi prescrisse perché «ero cattiva». Che avesse ragione o no, ormai è troppo tardi per cambiare nome. il mio bel romanzo che non ha letto praticamente nessuno ![]() il mio non-romanzo che hanno letto praticamente tutti ![]() » disponibile anche in quest'altra edizione gli altri miei titoli incompresi » quest'anno ti ha detto male » amore caro » prove tecniche di megalomania chi è la pulsatilla » la pulsatilla in 33 punti » curriculum vitae » risposte idiote a domande idiote » la mia infanzia difficile » dieci cose che amo » uomini che mi farei » parole preferite » parole preferite (part II) » parole preferite (foggian version) » figure che mi hanno segnata clerks » uno » due » tre » quattro » cinque » sei » sette » otto commenta la pulsatilla » sii educato e urbano voglio fare la pubblicitaria » colloqui in pubblicità (milano) » colloqui disperati (roma) » tutta la verità sulle agenzie » musica da pubblicitari » trovare idee » girare uno spot » fare un naming » scrivere un radiocomunicato anzi ci ho ripensato » faccio la consulente » faccio la pierre » faccio la star » faccio la scrittrice » faccio l'editor le mie sgangherate recensioni » elephant » coffee and cigarettes » closer » ma quando arrivano le ragazze? 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sabato, 28 novembre 2009 sto bene, tutto qui (cliccando appare il corto del mio amico kal karman, in gara per louis vuitton journeys award; potete votarlo, se vi piace); (corto che tra l'altro contiene tutto quello che ho da dire sulla vita al momento); (baci).
pulsatilla |
18:03 | commenti (13)
martedì, 06 ottobre 2009 (Su gentile segnalazione di edi)
Quello di cui parlavo qui, oggi è anche qui. (Pulsatilla, il blog sempre in anticipo sulle tendenze di almeno-almeno due anni e tre mesi, ma guarda, dico almeno). pulsatilla |
16:45 | commenti (21)
mercoledì, 30 settembre 2009 "Soffro anche spesso". E quando sento la cover di Creep fatta da Vasco soffro una volta di più.
pulsatilla |
22:42 | commenti (41)
domenica, 20 settembre 2009 Ragazzi. La vecchiaia è una brutta bestia.
Mia madre ha aspettato per tutta la vita la pensione. In particolare gli ultimi anni, non ce la faceva più a lavorare. Tutta la sua famiglia è fatta così, è fatta di gente che odia il proprio lavoro, a turno si fanno venire malattie gravissime e invalidanti, periodicamente finiscono in ospedale, iniezioni farmaci e prognosi serissime, tutto questo per dimostrare (a chi?) che il loro lavoro è molto pesante. Mia nonna è così, è la casalinga del campo di cotone, la regina dell'«e anche oggi ho dovuto cucinare». Mette in tavola timballi e zuppiere trionfali che fumano odio e rancore. Ma è ancora peggio quando è da sola e non cucina, quando acchitta un angolino di tavolo solo per sé senza neanche prendersi la briga di distendere la tovaglia per intero, sistema il più crepato e infelice dei piattini ricevuto con i punti del Mulino Biano nel 1979 e sulle ali marroni scrostate delle rondinelle sistema un tocco di formaggio molle e triste (il Belgioioso in vaschetta che io, orgogliosa del mio riscatto sociale, mi sono sempre rifiutata di comprare) e un incartamento di prosciutto che si compiace di essere soletta di scarpe, non so come fa a ridursi così in frigo, mia nonna deve avere un frigo apposito che trasforma i prosciutti in solette immangiabili, mi rifiuto di credere che un prosciutto - perfino il peggiore dei prosciutti, e sicuramente mia nonna, votata al risparmio e alla mortificazione, è sempre quello peggiore che compra - sia stato concepito così all'origine, così brutto, così inappetibile, così inedibile, così sòla. Mia nonna sa tutto lei. E che ci devi fare, con quel vestito? Nonna, cosa vuoi che ci devo fare, ci esco. E che ci devi fare, con quel combiuter? Nonna, col computer ci lavoro. E che ci devi fare, con quel panino? Nonna, me lo mangio, cazzo vuoi che ci devo fare col panino. Eccetera. Mia nonna, per dire, non mi lascia le chiavi di casa, «chò paura che te le perdi». Ha ragione, io mi perdo un sacco di cose (a dire il vero è un bel po' di tempo che non mi rubano niente, sarà la volta buona che il vento ha cambiato giro?) ma non è quello, lei secondo me non mi lascia le chiavi perché così può riaffermare una preoccupazione, un disagio, una superiorità; io vivo sola da più tempo di lei (lei vive sola da quando è morto mio nonno, io vivo sola da prima) ma non le è possibile ammettere che io sappia quello che sto facendo, altrimenti casca tutto l'organigramma. Penso che i regali più sgraditi che nonna abbia ricevuto in vita sua siano la lavatrice e la lavastoviglie, il cinico e inatteso sbarco di questi due elettrodomestici le ha brutalmente strappato i due principali pretesti di lamentela domestica. Nel caso della lavastoviglie, dopo alcune settimane di scettico rodaggio ha decretato che i piatti da lavare sono sempre pochi e che fa prima a lavarli a mano, quindi la lavastoviglie è stata bollata come inutile; l'ha fatta spostare sul terrazzo e l'ha convertita in ingombro da spolverare, così almeno è andata pari con l'agio di avere la lavatrice. Mia madre ha atteso per trent'anni la pensione e finalmente ci è riuscita, non deve più farsi venire la poliomelite per non lavorare. Teoricamente con la pensione doveva cominciare la fase felice della sua vita, in cui si sarebbe potuta prendere cura di sè, delle piante, dei gatti, di me. Ma mia madre non sa prendersi cura di sé, in compenso le piante sono morte, i gatti anche, e io non ho bisogno di niente. È nel panico. Mio padre mi convince molto di più, lui è un pigro fiero di esserlo. Non ci sono grinze nel suo sistema di pensiero, la sua unica ambizione è poltrire davanti alla televisione e affrancarsi dal complicato mondo di interazioni sociali che la vita richiede. È andato in cassa integrazione a quarant'anni, secondo me niente succede per sbaglio, ha fatto finta di cercarsi un altro lavoro ma poi ha seguito la sua vera vocazione, la ritirata. Non guadagnare soldi non è un problema, visto che non sa come spenderli. Quando ne ha, li butta, o li usa per comprare elettrodomestici nuovi. Personalmente non ho nulla da invidiare a Piersilvio Berlusconi, anche mio padre ha tre televisioni, di cui, scusatemi se è poco, una al plasma. Ultimamente noto che l'ingranaggio di vittimismo perfetto dei miei genitori perde colpi. Raggiunti i sessant'anni, sanati i conflitti tra loro e con la figlia, rassegnati alla solitudine, si sono accorti (non solo di essere persi, ma, cosa più grave) di non avere un cazzo da fare. L'altro giorno mio padre mi ha comunicato di essersi iscritto a un coro di musica sacra. «Mi sembra un'idea molto bella», gli ho detto, ma in realtà mi sono dovuta sedere e farmi un goccetto. Mio padre che gonfia le guance per gorgheggiare lau-da-to-sii-o-mi-signo-re tra le canne dell'organetto - ma siamo pazzi? È alla frutta. Mia madre ancora meglio: stasera mi ha detto che vuole comprarsi una gallina. I gatti no, da quando le sono morte Maus e Winni non vuole più saperne. Una gallina sì però. «Mi sembra un'idea molto bella», le ho detto sedendomi e versandomi l'altra metà della bottiglia di Petrus. «Come ti è venuta?». «Mah, vorrei prendermi cura di qualcuno». Qualcuno sarebbe l'amica pennuta. «Poi avremmo l'uovo fresco tutti i giorni. Solo che Dick non sa se è consentito avere galline in questo paese». Dick è il marito di mia madre, niente facili ironie sul nome, grazie (e comunque, ripeto, niente a caso). Il paese sarebbe un villaggio sulle montagne in mezzo a Palm Desert in cui sono andati a vivere, effettivamente l'arrivo di una gallina sarebbe l'evento clou dell'ultima decade. «Bene... Bè, tenetemi informati». Ci risentiamo fra una trentina d'anni. Putacaso dovessi ridurmi così, siete pregati di abbattermi a baionettate. Cercate magari di salvare la gallina. pulsatilla |
02:32 | commenti (49)
domenica, 06 settembre 2009 Sono anni che mi arrovello, arrivata a ventotto anni non mi resta che procedere per votazione.
Qual è il singolare di I Sette Nani? - Il Sette Nano - Un Sette Nano - Il Setto Nano - Un Setto Nano - Il Nano di Biancaneve - Un Nano di Biancaneve - Uno dei Sette Nani - Uno di Sette Nani - Un Sette Nani - Il Settimo Nano - Un Settimo Nano - Un Settimo di Nani - Un Settimo di Nano - Un Nano - ... La risposta va declinata in una frase tipo "Ehi, pare un ----!", o "Mi sono comprata una maglietta con ---". N.B. Questa è una proposta dal basso. pulsatilla |
21:53 | commenti (51)
mercoledì, 02 settembre 2009 L'angolo de i cruciali contributi alla scienza di Pulsatilla
Oh, è impossibile fischiettare con la bocca insaponata di dentifricio. Provate anche voi. pulsatilla |
01:17 | commenti (10)
sabato, 01 agosto 2009 Signori, io parto. Anche perché sono arrivata - nel senso di molto stanca.
Ma per il vostro sollazzo sono tornata - nel senso di molto in libreria. Et voilà. ![]() La nuova edizione del gioiello, oltre ad avere l'incommensurabile merito di essersi disfatta della precedente copertina con la caccola nell'occhio, contiene tre bonus: - un minuziosissimo editing (tipo, avallare si scrive con una sola v, lo sapevate? cose così) - una prestigiosa prefazione dell'autrice (come tutti sapete, l'autrice in realtà è Melissa P.) - una spascio-scì-scima (spassossissima detta con lo spazzolino in bocca che al momento ho) postfazione di un mio ex (il narcisista psicolabile, che essendo persona nota nel mondo dei blog ha preferito rimanere anonimo). Il quale, come molti di voi, mi odia; e l'ho assoldato proprio per questo: mi sembrava originale farsi postfare il libro da un detrattore invece che da un estimatore. In un'epoca in cui tutto è già visto tutto è già fatto, questa mossa non l'aveva ancora osata nessuno, essendo una mossa d'un idiozia palmare (ancorché divertente, pesa ammetterlo). E poi basta, scusa: quante cazzo ne volete, per dodici euro? Dicevo, io parto. Non che la cosa faccia alcuna differenza per voi, visto che il blog è all'affondo peggio del Titanic. Ma essendomi fatta un culo a tripla capanna per mesi, volevo condividere con voi questo momento di alto giubilo. Ah, per la cronaca, le mie giornate sono attualmente così strutturate: - sveglia alle nove. Dalle nove e cinque alle nove e venti, ricchissime bestemmie. - alle dieci mi annuncio a casa di Fausto Brizzi (pregevole regista) dicendo «cornetti caldi per tutti!» (tutti sarebbero: io, Fausto Brizzi, Massimiliano Bruno e Marco Martani). - si lavora indefessi per otto ore sulla sceneggiatura dei prossimi due film di Brizzi, dal titolo «Maschi Contro Femmine» e (rullo di tamburi) «Femmine Contro Maschi». Quando uno dice uno scarno vocabolario. Il mio ruolo all'interno del team creativo è portare un tocco di femminilità. E i cornetti. - alle ore diciotto, mi congedo con «affanculo tutti!» (tutti sarebbero sempre io, Fausto Brizzi, Massimiliano Bruno e Marco Martani). - per coerenza me ne vado a casa, che, quando uno dice le coincidenze, sta effettivamente affanculo. - raccolgo il vomito che i gatti hanno asperso per protesta. - mi controllo la posta. Ennemila miliardi di email non lette. Richiudo il portatile con un colpo secco. - mi metto a lavorare, a rotazione, su una delle seguenti cose: a) il libro che dovevo consegnare ad aprile scorso, che non ho consegnato b) la sceneggiatura del fumetto che dovevo consegnare oggi, e che consegnerò al ritorno dalle ferie c) i testi per Silvia Ziche che dovevo consegnare la settimana scorsa, e che ho consegnato oggi d) l'articolo per Max che devo consegnare domani, e che non consegnerò mai - due volte alla settimana viene a casa mia Mauro Uzzeo, lo sceneggiatore di Dylan Dog con cui sto sceneggiando il graphic novel. Normalmente ci ingozziamo di sushi fino alle dieci di sera, e dalle dieci a mezzanotte lavoriamo. - a mezzanotte la mia giornata può finalmente cominciare: wow! nove ore tutte per me. Ne approfitto per lavarmi e dormire. Prima di spegnere la luce leggo la stessa mezza pagina di libro da quattro mesi. Il grande vantaggio è che tutto questo lavorìo da formica africana erode ogni spazio della mia vita privata. E dio solo sa quanto questo sia un bene per tutti. Il poco tempo libero lo uso per andare a comprare cassette di acqua minerale naturale e coltivare nefasti rapporti da bar. Come ai tempi d'oro, sono una carta moschicida per psicopatici. Tra cui annoveriamo ben sette new entry e altrettante tipologie differenti di uomo. - «ah... che intesa profonda che c'è tra noi due» (ma niente sesso) - «ah... sei la donna della mia vita» (infatti sto con un'altra) - «ah... sei la donna della mia vita» (infatti sto con un'altra) - «ah... sei la donna della mia vita» (infatti sto con un'altra) - «ah... sei la donna della mia vita» (infatti sto con un'altra) - «ah... sto così bene con te» (puff, sparito) - «ah... con te sto proprio bene, ma non voglio legami» (originale!) Mi ritiro a Venezia quindici giorni. Ci sono un mucchio di cose da fare, lì: vedere la Biennale, bere lo spritz, litigare dal vivo con Scarpa... insomma, avrò un bel daffare. Ho preso casa da sola, vicino San Barnaba. Se marca male, mi butto dal ponte dei sospiri: oh, vuoi mettere la soddisfazione? L'altitudine dei metri non sarà granché, ma i ratti famelici faranno il resto. Vi auguro una buona estate e un felice anno nuovo. Mi porto avanti. pulsatilla |
02:24 | commenti (45)
domenica, 26 luglio 2009 Nel sogno era tutto realistico, facevo un po' la stupida con i miei vicini di casa, con gli uomini con cui lavoro, con gente che non conoscevo, c'erano centinaia di maschi, un po' in casa, un po' in campeggio, un po' al telefono, e io avevo quel modo di fare seduttivo-impertinente che ho sempre, cameratesco. Torno a casa, due tizi mi hanno seguita, sono carini, giovani e snelli, hanno i jeans, uno ha la coda di cavallo scura, entrano nel portone dietro di me, mi dicono che mi hanno visto lavorare e amano come lavoro. Ringrazio, rido, batto le ciglia, buonanotte. Salgo la prima rampa di scale. Salgo la seconda. È buio. Accendo la luce sul pianerottolo ed eccoli vicinissimi, mi si stringono intorno, sghignazzano sottilmente. Un attimo dopo mi stanno violentando.
Mi sono svegliata di colpo, tra i singhiozzi. Avevo la tachicardia. Guardo l'ora, le cinque e mezzo. A volte mi piacerebbe avere un uomo nell'altra metà del letto, così, per piangere tra le sue braccia. «Era tutto vero», gli avrei detto, «vivo male, sono una persona sola, baratto tutto quello che ho in cambio dell'affetto, mi metto nei guai». Difficile da spiegare, ma è come se mi avessero violentato davvero. Tutta la giornata di ieri l'ho vissuta come se durante la notte avessero fatto di me carne da cannone. Giorni fa un altro sogno terribile, che mi sono portata appresso per tutta la settimana. Mia nonna stava morendo e io ero l'unica depositaria di questa notizia. Sapevo anche il momento preciso in cui sarebbe morta, nel giro di un minuto e mezzo, l'orologio ticchettava i secondi del conto alla rovescia. Eravamo sole nella stanza. Lei aveva gli occhi chiusi, non c'era nessuno lì con me, e avevo la responsabilità di farla morire bene. Questa è l'unica nonna che mi è rimasta, rappresenta il mio ultimo legame con l'infanzia, insieme a lei muore tutto. Dovevo trovarle una posizione comoda, allora l'ho stesa sul tavolo della cucina, lasciandole le gambe penzoloni: non so perché. Le ho posato un cuscino sotto la nuca, per farla stare più comoda. Mi sono inginocchiata al suo fianco e le ho preso la mano, mancavano pochi secondi, dovevo dirle qualcosa di cruciale, di straordinario, di consolante, dovevo prepararla per il viaggio eterno. Ho cominciato a piangere, mi sono svegliata con le guance bagnate e il cuore a mille, in un mare di disperazione - e non l'ho ancora chiamata. pulsatilla |
01:14 | commenti (30)
sabato, 25 luglio 2009 Sto così.
pulsatilla |
01:27 | commenti (8)
mercoledì, 15 luglio 2009 Incontri che ti fanno rivalutare la categoria (e nel peggiore dei casi ti svoltano la giornata).
Io: «Senta, ma secondo lei, Marino è in buona fede?». Tassinaro: «Marino è quello che dice che nel Pd ci sono molti stupratori? Sì è in buona fede, Veltroni s'è inculato quasi ottomila tassisti».
pulsatilla |
18:29 | commenti (27)
domenica, 28 giugno 2009 - Perché ti ripeti sempre le domande da sola?
- Boh, non lo so. Perché mi ripeto sempre le domande da sola? (forse perché sei stanca) pulsatilla |
01:41 | commenti (36)
mercoledì, 10 giugno 2009 Pulsatilla e i suoi momenti di teologia
Se l'inferno esiste, devono esistere anche le celle di isolamento. (A proposito di questo) pulsatilla |
02:32 | commenti (18)
giovedì, 28 maggio 2009 Guardate questo.
pulsatilla |
00:27 | commenti (97)
mercoledì, 27 maggio 2009 Io al mio psicologo:
- Se penso alla mia relazione ideale, la immagino fatta di lunghi silenzi, con una persona molto calma, che mi parla con lo sguardo, che non alza mai la voce, che vuole fare l'amore spesso, che mi torce il braccio mentre facciamo l'amore, che mi bacia la nuca mentre scrivo, che non mi dice dove va, che non mi chiede dove sono stata, che di notte, al buio, si lascia baciare le spalle senza muoversi, steso sul fianco, e mi cinge la vita mentre cucino, e mi mette incinta senza chiedermelo. Praticamente, Marlon Brando: ed è morto da un po'. pulsatilla |
03:26 | commenti (35)
martedì, 26 maggio 2009 Non ho nessun sentimento di riconoscenza per le zucchine; cosa che ho, invece, e fortissima, per le melanzane.
Stasera ho cenato a dieci metri dal Portico d'Ottavia, e la vita per un attimo è stata di nuovo accettabile. Anche ieri, uscita dal cinema, mi sono sentita alla stessa maniera; a questo serve il cinema, il cinema serve a rendere la vita di nuovo accettabile. ll film della Archibugi è stato proprio un toccasana (quella locandina piatta e spensierata, decorata con elementare allegria scolastica, stava per deragliarmi sul film di Bellocchio. Poi ho pensato: ma no, vatti a vedere una bella commedia, una volta tanto. E commedia non fu. Furono lacrime. Però belle, liberatorie). Poi, al bar, ho tazzato il mio boccale di birra contro quello del mio amico e il caldo, per un attimo, ha smesso di strangolarmi, e anche la tristezza rampicante che da un po' di tempo ho, dopo il secondo sorso ha allentato la stretta. pulsatilla |
03:46 | commenti (11)
domenica, 24 maggio 2009 Citazioni domenicali di una certa utilità.
La malattia non è né una crudeltà in sé, né una punizione, ma solo ed esclusivamente un correttivo, uno strumento di cui la nostra anima si serve per indicarci i nostri errori, per trattenerci da sbagli più gravi, per impedirci di suscitare maggiori ombre e per ricondurci sulla via della verità e della luce, dalla quale non avremmo mai dovuto scostarci. Edward Bach pulsatilla |
14:35 | commenti (18)
lunedì, 18 maggio 2009 Settimana scorsa passo davanti a un bar con i tavolini fuori, c’è un tizio con i capelli strani, gli occhiali strani. Ci siamo conosciuti anni fa, si chiama Diego, e se non ricordo male fa il sassofonista. Un giorno sono andata anche a sentirlo in concerto. A dire la verità, non sono sicura che si chiami Diego; potrebbe chiamarsi Dario. «Ciao!», gli dico, con molta pimpa. Lui tituba. «Ciao», balbetta. È lì con un paio di amici, e una ragazza lo guarda storto. Decido di non fermarmi, e tiro dritto. Visto che lui continua a scrutarmi in tralice, superandolo dico: «Come stai?». E lui: «bene, tu?». «Bene».
Bene. L'altro giorno lo rincontro per strada. Avevo appena messo lo smalto. Mi si avvicina sorridendo. Io, soffiandomi sulle dita: «Ehilà. Come stai?». Lui: «Bene, tu?». «Mah. Ho le mestruazioni. Sono gonfia, depressa, nervosa, stanca. Infatti sto andando in erboristeria a farmi dare qualche pillolone. Tu», chiedo continuando a soffiare, «che fai? Suoni?». «No», pausa lunghissima, «io non suono». «Ah», pausa lunghissima in cui comincio a mulinare le manine smaltate in aria, «E come mai?». «Eh, non suono. Faccio il web designer». In quel momento smetto di soffiare e capisco che l’ho scambiato per un altro. Praticamente ho appena parlato dei miei dolori mestruali a un illustre sconosciuto, che però – di questo, almeno, ne sono certa – è lo stesso che ho salutato al bar. A quel punto devo inventarmi qualcosa da dire per giustificare la scena, e dico, ricominciando a soffiare: «Io però ti conosco. Dove ci siamo conosciuti, se non nell’ambiente musicale?», dico da esperta frequentatrice di ambienti musicali, quale, naturalmente, non sono manco poh cazzo. «Non lo so; forse in Accademia?». «No, non credo». Diosanto, che situazione. Tutte io. Aggiuge, giustamente: «Io, per esempio, non so come ti chiami». «Neanch’io so come ti chiami. Come ti chiami?». «Piergiorgio». «Io Valeria. Mi accompagni in erboristeria?». E così sono andata in erboristeria con uno che non conosco, tale Piergiorgio. Abbiamo parlato del mio lavoro, del suo lavoro, di Monica Bellucci, dei brufoli, delle farmacie, di Berlusconi, del Molise, delle foto, dell’essere sé stessi, di dove abitiamo e alla fine mi sa - ho pensato - che è così che si dovrebbero incontrare le persone. Al di là di tutto. Lo racconto con entusiasmo al mio amico, il quale, con la sua solita scarsa poesia, commenta: «Beh, mi sembra la storia adatta da raccontare ai bambini.
'Papà, come hai incontrato mamma?'. 'Mi ha fermato per strada e ha cominciato a lamentarsi del ciclo'». Per il resto, qui tutto bene: si campeggia. Baci (mestruali) a tutti, in ispecie agli sconosciuti. pulsatilla |
00:56 | commenti (42)
mercoledì, 06 maggio 2009 È una menzogna che frequento minorenni. Il padre di quella ragazza mi aveva chiamato perché voleva un appuntamento con me e voleva parlarmi: queste cose usciranno domani in un intervista a Chi.
pulsatilla |
11:51 | commenti (32)
sabato, 02 maggio 2009 What I expected
(ciò che mi aspettavo) Ciò che mi aspettavo era Tuono, battaglia, Lunghe lotte con gli uomini, Emergere. Dopo continue fatiche Sarei diventato forte; Poi le rocce avrebbero tremato E io mi sarei riposato, a lungo. Ciò che non avevo previsto Era il graduale quotidiano Venir meno della volontà, La dispersione della brillantezza, La mancanza del buono da toccare, L’avvizzire dell’anima e del corpo – Fumo davanti al vento, Corrotto, inconsistente. L’usura del Tempo E il passaggio di storpi Con gli arti a forma di domanda Nel loro strano contorcersi, Il dolore polveroso Che scioglie le ossa con pietà, I malati che si staccano da terra – Questi, non li potevo prevedere. Sempre aspettandomi Un po’ di brillantezza in cui fidare E dell’innocenza finale Esente da polvere, Che, solidamente sospesa, Dondoli sopra a tutto Come la poesia creata, Il cristallo sfaccettato. Stephen Spender pulsatilla |
22:09 | commenti (9)
martedì, 31 marzo 2009 Il signor Maslow illustra con un originale disegnino che i bisogni di un uomo sono strettamente gerarchici. Prima vengono i bisogni fisiologici: mangiare, bere, dormire. Poi pararsi il culo: tetto sulla testa, non farsi sbranare dai coyote, avere un posto fisso. A seguire, bisogni affettivi e bisogni di affiliazione. In cima alla piramide c'è la fuffa, autostima, fiducia in sé stessi, armonia col cosmo, roba che la protagonista di Lost In Translation cerca di ottenere con libro + cd e che le persone sane (es. mia nonna) cercano di raggiungere con la fatica di vivere anziché colle audiocassette (io m'ero comprata le audiocassette, ai tempi).
![]() Viene in mente l'Iliade. Achille non vuole andare a combattere perché gli girano le palle, poi scende in battaglia per vendicare Patroclo. Dietro le sue decisioni non c'è un vero ragionamento, a ben guardare c'è un mero impulso a pareggiare conti personali, a soddisfare bisogni immediati. Io e Alessio abbiamo stabilito, dopo esserci circondati da vari vuoti di Peroni, che Achille sta a metà della piramide. Non gliene importa di vincere o perdere la guerra, non ha una visione né un programma. È uterino. Fa un po' come je pare. Alla fine combatte valorosamente e spacca le ossa a un sacco di troiani, ma che questo coincida col trionfo degli Achei è un puro accidente. Achille è un fico, infatti è il genere di uomo che non piace a mia madre. Nella foto: Achille. Alle spalle, il tipico aereo troiano nemico dell'epoca. Mia madre preferirebbe che mi maritassi con Ulisse, l'uomo che ti fa il sette e quaranta. Ulisse è quello che dice: cara, andiamo via, non hai bisogno di un altro paio di scarpe. Ulisse ha scalato impeccabilmente tutta la piramide di Maslow, quindi ha il tempo per riflettere e si comporta secondo ciò che è strategicamente più efficace. Avendo soddisfatto tutti i bisogni, lui è sopra la piramide, prende decisioni ponderate, ti frega con malizia, lo fa col sorriso sulle labbra. Non è un impulsivo. Sa che le cose non vanno prese di petto, e per questo muove a sangue freddo vari pezzi sulla plancia prima di fare scacco alla regina. ![]() Nella foto: Ulisse, un uomo tutto d'un pezzo. Tutto questo ragionamento partiva dal fatto che la settimana scorsa abbiamo visto Saviano in tivù. Alessio dice che Saviano è come Achille, agisce sulla scorta di un'ossessione, si comporta in maniera avventata, non è in grado di far capire la camorra a chi di camorra non ne capisce e incolla al teleschermo solo chi già la pensa come lui. Insomma, dice che ha una funzione poco incisiva; perché qualsiasi campagna non è fatta per spostare chi ha già un'idea, semmai sposta gli indecisi (io continuerei a votare PD anche se il PD avesse i peggiori manifesti elettorali e facesse i peggiori comizi elettorali, cosa che di fatto già fa). Si può fare politica dicendo le cose giuste e vere, d'impeto, animati dal fuoco sacro tipico di chi è in mezzo alla scalata; oppure si può fare politica da sopra, muovendo fili, creando alleanze, producendo consenso. E questo, secondo me, è Berlusconi. Un uomo scaltro che fa le corna a Polifemo quando è girato di spalle, che tradisce Penelope con Circe e che dopo un naufragio porta la barca in secco, la sistema fischiettando, stringe due viti e torna allegramente in mare. Silvio ha tutto l'oro piramidale: caviale e champagne, ville e villette, amici a strafottere, un posto di lavoro per sé e tutti i suoi figli, sicuramente l'autostima non gli manca. Convince l'elettore indeciso con qualche bugia e se le cose dovessero mettersi male sa di poter contare sul suo trasformismo e scappare nascosto sotto la pancia di una pecora. Io sto con Achille tutta la vita. E comunque, abbiamo stabilito anche questo, l'amore è una cosa di destra, e la Peroni fa shckif 'o cazz. pulsatilla |
09:16 | commenti (66)
mercoledì, 25 marzo 2009 Ehi, notiziona. Splinder è impazzito.
pulsatilla |
15:34 | commenti (21)
Ehi, notiziona, ho un lavoro.
Tutti i giorni dalle 10 alle 19. Un lavoro vero, vera fatica, con soldi che per una volta non sono soldi del Monopoli. Sono molto contenta. Adesso devo solo trovare una bacchetta magica che faccia scrivere i romanzi da soli. Tutto ciò toglierà tempo al blog. Tempo per dire che ho scopato (ancora e finalmente!), che ho sfondato un divano, che ho comprato un divano nuovo sulla Cristoforo Colombo dopo aver girato uno zillione di centri commerciali, tra cui il secondo più grande d'Europa e il terzo più brutto del mondo (alabastri, marmi, obelischi, statue cinesi e neanche un negozio d'arredamento). Che la sera in cui ho scopato ero finalmente riuscita a uscire con il tizio di cui mi sono incapricciata, l'unico ragazzo che mi sia realmente piaciuto nelle ultime trenta primavere - e alla fine sono andata a letto con l'amico, che dopo l'amplesso ho pregato in ginocchio di non dire niente all'altro, ma visto che l'altro è scomparso credo che le preghiere siano state malformulate. Che il collasso del divano e la scopata sono avvenuti nello stesso momento ma in due stanze diverse, quindi sono eventi non correlabili (= divano Ikea e amplesso apparentabili solo per qualità e durata). Che ho comprato il Folletto, quindi aspiro casa venti volte al giorno a velocità IV inghiottendo interi pezzi di parquet (mi sono perfino svegliata madida di sudore nel cuore della notte dicendomi «devo avere anche il picchio!» [il picchio è un beccuccio particolare con un motore della Nasa che serve ad aspiare le imbottiture. Il fatto che non ci siano imbottiture in questa casa è, naturalmente, del tutto irrilevante] e la mattina dopo ho chiamato il consulente della Folletto per dire che oltre alla scopa elettrica, alla lucidatrice e all'imprescindibile arnese per lavare i materassi volevo assolutamente anche il picchio). Che alla fine ho comprato questo divano, fatto interamente di legno equo e biologico, made in Italy, assemblato a mano, niente viti, niente bulloni, cotone grezzo naturale, lattice senza zucchero, senza uova e senza derivati del lattice, tutto questo per soli duemila euro, signora (e non so neanche dove metterlo, esattamente, un divano di due metri e mezzo. Probabilmente abbatterò una parete e sconfinerò in casa della vicina con bracciolo-gomito-telecomando). E ho comprato un tappetino per il bagno blu, che arrivata a casa ho scoperto non essere blu ma viola lavanda, e io sono esattamente il genere di persona che ridipinge le pareti del bagno lavanda per farle intonare al tappetino - ma tutto questo, da oggi, non sarà più possibile: perché ho un lavoro. Un lavoro, capite? A job! Una cosa che ti fa tornare troppo stanca la sera, che toglie tempo ad amicizie sbagliate, scopate sbagliate, shopping sbagliato in pagamenti rateali sbagliati. E che mi consentirà di pagare l'aspirapolvere senza dover andare a portare i ciaffi d'oro della bisnonna al monte dei pegni. Ma soprattutto, vedrò così poco casa che non avrò neppure modo di sporcarla, quindi forse potrei anche restituirlo, il Folletto. Certo che però, il picchio... No, no, lo tengo. Sia mai che tante volte sfondo un altro divano e poi me ne compro uno con l'imbottitura. pulsatilla |
09:08 | commenti (31)
giovedì, 19 marzo 2009 Questa per me è la canzone perfetta.
(Un altro imperdibile contributo alla rubrica E anche sticazzi). pulsatilla |
01:30 | commenti (36)
venerdì, 13 marzo 2009 Ho deciso di metterla anche sul blog; erano giorni che volevo farlo, ma mi mancavano le forze. Chi è nella mia rubrica di posta elettronica ha già ricevuto questa call-to-action, ma repetita iuvant. Saluti da Pulsatilla, una donna che parla speditamente sia l'inglese che il latino ma che usa troppi ma.
In libreria è uscita un'antologia curata da Clara Sereni, per Cairo editore, che si intitola «Amore Caro». Forse ne avete sentito parlare; la settimana scorsa hanno pubblicato alcuni estratti su D. di Repubblica. Dentro questa antologia si trova la cosa migliore che abbia mai scritto, o comunque, sicuramente la più importante. Gli autori sono: Franco Amurri, Lorenzo Amurri, Oliviero Beha, Giovanni Maria Bellu, Gloria Buffo, Paola Free Martin, Paola Cortellesi, Barbara Garlaschelli, Valentina Locchi, Kikka Menoni, Lunetta Savino, Marco Savino, e, naturalmente, Clara Sereni. Tutte persone - chi scrive per mestiere, chi no - che hanno in famiglia un disabile, una persona affetta da disturbo psichiatrico, o comunque una persona «fragile», per usare il meno peggio tra gli eufemismi a disposizione. Si tratta di amori importanti, ma costosi: «Caro» nella sua doppia accezione. La maggior parte degli interventi sono molto brevi perché parlarne è faticoso (e, vi assicuro, è faticoso anche mandare questa email in settecento copie, sia perché farsi pubblicità è sempre inelegante, sia perché con questo progetto, autobiografico per necessità, ho calato le braghe più del solito). I proventi saranno devoluti alla Fondazione «La città del sole», una Onlus che si occupa di integrazione della diversità attraverso progetti concretamente utili. Il formato dei racconti è la lettera: Amore Caro, virgola a capo. E basta, tutto qua. Ciao Valeria pulsatilla |
18:38 | commenti (23)
sabato, 28 febbraio 2009 Fonti attendibili mi hanno detto che il Veneto - la regione destrissima e cattolicissima per antonomasia - è l'area con più club scambisti del mondo. Del mondo! Mi aiutate a verificare questa notizia? Su google non ho trovato niente, ma io sono una nota pippa a googlare.
Pure se fosse, non sarebbe una novità. Basti pensare che nella sinistra che chiede più diritti - Veltroni, D'Alema, Fassino, Rutelli, Franceschini - hanno tutti matrimoni trentennali o quarantennali, mentre a destra - il pulpito da cui vengono i predicozzi sulla famigghia - sono tutti divorziati: e i conti sono presto fatti. Vedi alla voce ipocrisia. pulsatilla |
00:39 | commenti (64)
venerdì, 27 febbraio 2009 L’adorazione è una cosa pelosa quando la subisci – io spesso la subisco (altrettanto spesso sono cordiale oggetto di riti voodoo, beninteso) – e quando invece adori, verbo attivo, perdi di botto qualsiasi capacità critica. Adorare ti sembra perfettamente legittimo, e ti viene da dichiararlo.
Pertanto oggi sfrutto la numerosità di questa utenza per dire che io adoro Andrea Bajani. Adoro Andrea Bajani. Un aereo attraversa il cielo lasciando la scritta: a d o r o a n d r e a b a j a n i Adorare ha anche un’altra controindicazione, e cioè quando adori non ti senti in dovere di argomentare: la cosa ti pare ovvia e autodimostrantesi. D.: Perché adori Andrea Bajani? R. (l’unica possibile): Come perché! Come a dire: che domande. Mi rendo conto di come questo non sia l’approccio ideale quando si tratta di critica letteraria, che io, per la cronaca, non mi sogno neanche di fare; e sebbene di recensioni a base di «mepiace» e «nummepiace» sia già piena la Rete, questo post serve esattamente lo scopo di rendere noto al vasto pubblico quanto cepiace Bajani (al quale peraltro, se non fosse già abbastanza chiaro, si richiede di compilare il modulo per la candidatura a marito di Pulsatilla quivi scaricabile, grazie): dunque, accollàtevela. Il mio incontro con la produzione letteraria dell’Eroe avviene in libreria. Mi trovavo alla Feltrinelli di Milano con un amico. L’amico prende «Se consideri le colpe» e mi sventaglia sotto il naso il tometto dicendo: «Questa qui è la cosa migliore che sia stata scritta in Italia quest’anno. Se vuoi». Ci mette questo «Se vuoi» alla fine, questo imperativo camuffato da ottativo, come per dire, libera di non comprarlo, ma se non lo compri sei una merda. Tu, donna caprina e puzzolente del subappennino, che hai anche la pretesa di scrivere. E quindi ho sentito l’obbligo morale – e colpevole – di spendere la cifra assurda stampata a chiare lettere sul retro di copertina – non che fosse astronomica, ma mi sembrava tale rispetto alla modesta quantità di pagine che mi si offriva in cambio – e mi sono diretta alla cassa con «Se consideri le colpe», con, appunto, un tematico senso di colpa latente per non averlo fatto prima. Mi ha incatenata. Mentre leggevo tornavo indietro, cosa che si fa solo con i capolavori o con i libri così noiosi che non ti ricordi cosa hai appena letto. In questo caso trattavasi di capolavoro, sempre che sia lecito sdoganare la parola capolavoro invece di continuare a relegarla ad opere scritte prima delle guerre puniche. Tornavo indietro per rileggere un passaggio perché volevo capire come avesse fatto a raccontare così bene una cosa, la tal-cosa. Ammirazione totale. Non mi sono piacute le dediche. Bajani ha ringraziato tantissime persone. E a me i ringraziamenti sembrano sempre un auto-applauso. Più sono numerose le persone ringraziate, più l’applauso suona scrosciante. Poi, da autrice che ha scritto dei libri e che alla fine ha fatto sempre lunghi ringraziamenti, capisco che sia un atto di amore e gentilezza. Ma non sembra mai tale al lettore; mi viene immancabilmente in mente quel clone di Agnelli nel video di Elio e le Storie Tese che innalza il calice dicendo «Vovvei fare un bvindisi a mia madve che ha tvombato e ha fatto un figo come me». Il fatto che la cosa meno convincente fossero le dediche vuol dire comunque che il romanzo è fantastico. Perché equilibrato, perché fa stare male a li cani, perché è approfondito senza sbrodolare, perché è scritto come si dovrebbe scrivere di narrativa. Parla di un ragazzo che va a seppellire la madre in Romania, e del perché la madre sia finita in Romania, e di cosa questo abbia scatenato in entrambi. Qualche mese fa è uscito un altro libro suo, «Domani niente scuola», che ho avuto il piacere di presentare una decina di giorni fa con l’Eroe in carne e ossa seduto accanto a me mentre fuori imperversava una tormenta di neve. E la mattina dopo siamo saliti ciascuno sul proprio treno, che sembrava di stare a bordo della transiberiana; io sono andata a nord con i binari ghiacciati e i fiocchi che colpivano il finestrino e le spiagge del litorale adriatico che scorrevano davanti a me completamente ricoperte di bianco. Poi sono arrivata a Milano, dove c’era il sole e i bambini facevano il girotondo, il che significa che il pianeta è al collasso. Bajani è andato a sud, e non so come sia andato il suo viaggio perché non gliel’ho ancora chiesto. Credo bene, ché lui è un fralloccone ottimistone. O almeno, fa finta di esserlo e gli viene bene. Per me «Domani niente scuola» non è stato significativo solo per il contenuto, ma anche perché per una decina di mattine – il tempo di soggiorno sul mio comodino – l’ho scagliato dal letto contro la porta per far tacere i gatti che graffiavano e miagolavano a partire dalle sette. Poi mi rimettevo a dormire, e quando mi alzavo lo raccattavo e lo rimettevo sul comodino, e la sera lo leggevo, e la mattina lo scagliavo, in loop. L’altra ragione per cui «Domani niente scuola» ha avuto un’importanza nella mia vita è che è riuscito a strapparmi delle risate argentine in un periodo in cui niente mi faceva ridere. Ah, già: la trama del libro, mi dimentico sempre. Niente: Bajani è andato in tre gite scolastiche diverse (Parigi, Praga, Praga) con tre scolaresche diverse (tutte quinte di liceo scientifico) provenienti da tre città diverse (Torino, Firenze, Palermo). L’ha fatto perché è matto; e perché era stufo di sentir parlare di giovani, di bullismo, di «aiutiamoli», senza poter saggiare di che pasta sono fatti questi ragazzi degni di cotanto cruccio. Poi io sono dell’idea che i libri non vadano raccontati ma letti. Questo post è per dire leggetelo. Leggete Andrea Bajani. Bisogna. Finisco qui, postus interruptus. Per la morosa di Bajani: scherzo, neh. Non ho più il nerbo né il fisico. pulsatilla |
00:23 | commenti (20)
martedì, 17 febbraio 2009 Oggi ho comprato un cappellino.
![]() (Pulsa News, aggiornamenti in diretta: parto ora e torno lunedì notte. Non fate casino.) pulsatilla |
02:55 | commenti (23)
lunedì, 16 febbraio 2009 Quando oggi ho finito di vedere questo video ho applaudito come una cretina da sola in camera.
Non solo rappresenta la visione del mondo che mi sono inutilmente prodigata a difendere in questi giorni (qui spiegata con argomenti scientifici, finalmente), ma anche la prova definitiva - qualora ce ne fosse bisogno - che il mio emisfero destro è sovradimensionato e che il mio emisfero sinistro fa backoffice in co.co.pro. - se lo minacci di licenziamento, risponde lanciando aeroplanini di carta e sparando palline imbevute di saliva con la cannula della Bic. Grazie a Tiziano Scarpa che l'ha postato su Primo Amore. pulsatilla |
15:32 | commenti (20)
lunedì, 09 febbraio 2009 Non parlo mai di politica, ma sulla «vicenda Eluana» si sta consumando un rivoltante teatrino che mi dà il voltastomaco. Facendo una summa di quanto è emerso dalle recenti conversazioni a cui ho partecipato online e offline, questi sono i miei mozziconi di opinione. Ripeterò paro paro alcune cose già dette o scritte, mi scuso con la parte dell'utenza che accuserà le ripetizioni.
- Intanto: dico mozziconi perché non ho una posizione granitica in merito; come ho già detto altrove, è una faccenda così delicata e morbosa che non si può non provare disagio a prendere una posizione qualsiasi. - A quanto vedo, l’ossessione dei laicisti è «fare una legge». Come se questa fosse una circostanza che si possa impugnare con la materia del diritto. Per dimostrarvi quanto sia scivolosa la questione, facciamo un esempio: cosa accadrebbe se in un caso omologo la madre della ragazza volesse tenere in vita la figlia e il padre no? Il diritto dovrebbe imporre la morte della figlia a una madre che vorrebbe tenerla in vita? La legge dovrebbe stare dalla parte del parente prossimo che vuole la soppressione? O viceversa? E secondo quale criterio? Sullo stesso crinale si potrebbero fare altri esempi. Forse meglio rassegnarsi all’idea che la legge, in certi casi, sia povera e inutile rispetto alle insidie del caso. A occhio direi che il massimo a cui si può aspirare è una risoluzione di buon senso. Le risoluzioni di buon senso, una volta, erano una cosa in cui noi italiani eravamo davvero forti. Ma nel delirio generale abbiamo perso l’unico primato che ci era rimasto. Non ci resta davvero che la pasta al sugo. - Le volontà individuali hanno tutto il peso del mondo, ma in questo caso specifico «la volontà di Eluana» mi sembra, fra le molte, un’argomentazione piuttosto debole. Non foss’altro che all’epoca delle dichiarazioni l’accanimento terapeutico era ancora una frontiera sconosciuta. La volontà di Eluana ha meno peso di quella che avrebbe la nostra se noi, oggi, facessimo un testamento biologico, perché avremmo un'opinione fondata sulla base di tutte le riflessioni che il caso Englaro ha generato. Che valore si può dare alle parole di una ragazza viva, giovane, inconsapevole di cosa fosse l’ospedalizzazione a lungo termine, incosciente di rappresentare un precedente per i casi futuri? Detta terra terra: mia madre una volta ha detto che preferirebbe essere cremata invece di farsi divorare dai vermi. Farò di tutto per cremarla, ma se intorno a lei si dovesse sviluppare un tale macello mediatico, il «mia madre quella volta a tavola ha detto che...» perderebbe un po' della sua rilevanza, perché quel macello la poveretta non lo poteva prevedere. A tali condizioni sarebbe determinante quello che penso io, per esempio, che sono la figlia, così come lo è, oggi, quello che pensa Beppino Englaro. Ben diverso è stato il caso Welby, il quale, in pieno possesso delle facoltà, ha scritto di suo pugno una lettera al Presidente della Repubblica per ottenere l’interruzione delle cure. Ma qui una volontà espressa alla luce dei fatti non c’è. Ritengo più utile, perché a freddo, il parere di uno chiamato a risolvere - in un verso o nell'altro - una vicenda che per il Paese, sebbene non avremmo voluto, è diventata paradigmatica, e da lì ricominciare a ragionare normalmente, di volta in volta, e caso per caso. - I coniugi Englaro dovrebbero essere gli unici a dover pesare nella decisione. Ma parlando per sé: perché seppellire un figlio è atroce, ma seppellirlo ogni giorno per diciassette anni di fila è disumano. La richiesta è semplice, il grido di dolore è comprensibile a tutti. Per concedere loro questa grazia non dovrebbe essere necessario invocare una volontà remota e presunta. Il loro dissesto emotivo ha infinitamente più valore di quello di una donna senza attività cerebrale, quindi priva di dissesto emotivo per definizione. Il fatto che Eluana non senta niente è cruciale nel dibattito: per lei, essere mantenuta in vita o meno è indifferente. Quindi non vengano a parlarci di eutanasia. L’eutanasia prevede un sofferente e qualcuno che pone fine alla sofferenza. Qui la parte che soffre non è quella attaccata al sondino, ma quella che il sondino lo attacca. - Tra l’altro: non sono un tecnico, ma a lume di naso penso che non ci sia legge al mondo che possa impedire alla famiglia Englaro di portare Eluana a casa e farla spegnere serenamente nella sua cameretta. Succede quotidianamente in tutti gli ospedali. A molti di voi sarà capitato, con un parente più o meno prossimo, di ricevere la mano sulla spalla di un medico (degno di questo nome) che suggerisce di dimettere il paziente e fargli finire i suoi giorni dove ha vissuto. Normalmente si fa per molte ragioni: per non far pesare una morte in più sui bilanci dell’ospedale; per risparmiare risorse comuni; ma soprattutto per buon senso, quel buon senso ormai perduto di cui sopra (a tal proposito consiglio, a chi non l’ha visto, La sicurezza degli oggetti, un film di Rose Troche). Un medico ospedaliero – quindi un pubblico ufficiale – si macchia di reato se stacca il sondino. Un familiare no. Sarebbe, tutt’al più, colpevole per omissione di soccorso, ma nel nostro paese dubito perfino che verrebbe processato. A me sembra che l’unico motivo per cui gli Englaro si stiano sottoponendo alla mattanza sia fare del caso un precedente giuridico di cui si avvarranno, da oggi in poi, tutti gli italiani. Mi sembra un intento nobile. Quello che gli italiani dovrebbero fare in cambio è ragionare, cosa che notoriamente hanno smesso di fare, e infatti per lo più battono i pugni sul vetro al grido di «Eluana svegliati». - Trovo raccapriccianti più di ogni altra cosa le manifestazioni dei cattolici, e lo dico da persona con un granello di senso del sacro in corpo. Quello che un buon cristiano farebbe di fronte a una situazione del genere è giungere le mani e farsi piccolo piccolo di fronte al mistero della vita e della morte. Al massimo pregare, sperando che serva. Invece no: i cortei, gli slogan, le fiaccolate fuori dall’ospedale, gli assalti all’ambulanza. Ma chi era il vostro catechista, Erwin Rommel? Rendete impossibile la vita a chiunque voglia fare un ragionamento che non sia positivista, così come l’esistenza di Mastella squalifica qualsiasi ragionamento a favore della sinistra italiana. Personalmente ho la sfiga di essere di sinistra nel Paese con la peggiore sinistra a memoria d’uomo, Cambogia inclusa, e di credere in Dio mentre Dio è fatto a pezzi da imbecilli come questi. - Poi ci sono i discorsi sul valore della vita. Come se la vita fosse solo una questione di respirare e muovere gli occhi («ma quella ti guarda!», obietta mia nonna quando la minacci di staccare gli alimenti alla sua protetta. No, nonna, non è che ti guarda, è che gira gli occhi meccanicamente, le rispondi. Ma vallo a spiegare, a una povera innocente di ottantacinque anni che è così disarmata di fronte alla vita da seguire ancora tutti i telegiornali). O, secondo i ragionamenti che vengono fatti dall'altra parte del filo, come se la vita possa essere riconducibile a un pugno di leggi e difesa soltanto per volontà del vivente. Quando ero col rasoio sulle vene c’è stato qualcuno che è entrato in bagno e mi ha salvata. Cosa avrebbero fatto gli jihadisti del testamento biologico? Mi avrebbero aiutato ad affondare la lama? Quando c’è uno sul cornicione che minaccia di buttarsi, perché ci sono i pompieri che gli vanno sotto con le reti? La risposta è: perché la vita è un valore non relativo. Partendo da questo parametro, si possono fare dei ragionamenti, si spera accorati e dolenti, su quanto sia preferibile, in certi casi, un dignitoso funerale a una vita umiliante. Nelle discussioni in cui sono intervenuta c’è chi ha detto che quando si porta in grembo un figlio handicappato sarebbe meglio abortire. È quello che farei io, per la cronaca: ma per me, per Valeria, ché non riuscirei a caricarmi per tutto il viaggio un tale fardello sulle spalle; per egoismo, insomma; non per una congettura ipocrita su cosa sia meglio per il nascituro. Probabilmente chi mette al mondo un disabile lo candida a un destino sofferto, ma pensare di sapere come sarà un destino, e quali siano le strade e gli sbocchi della sofferenza, è l’atto estremo dell’arroganza. Come ha detto qualcuno, facendo un paradosso efficace, Stephen Hawking ha la sclerosi amiotrofica ed è il più grande fisico vivente. Mentre quel zuzzurellone di Silvio Berlusconi saltella dinoccolato per i corridoi del Parlamento. Non che Hawking abbia un'attinenza diretta con Eluana, ma i discorsi dei laicisti mi fanno spesso paura perché per scivolamento conducono a scenari mostruosi. - Beautiful, puntate precedenti. Silvio Forrester ha proposto un decreto legge per bloccare il protocollo della clinica del dottor Spectra. George-scusate-stavo-dormendo-che-cosa-mi-sono-perso-Napolitano gliel’ha negato perché incostituzionale. Al che il signor Forrester ha minacciato di riscrivere la Costituzione. Siamo nell’ambito dell’eversione, ma per fortuna la grande fiction di Canale 5 ci ha allenati a tenere il cervello sempre a livello di guardia. Tra l’altro, con «Eluana è viva e può fare figli» Silvio ha ridotto la maternità a una questione organica: essere madri significa farsi fecondare e poi sgravare il feto. Fantastico: le donne della destra italiana saranno state contente di questo complimento. Se non volete scaraventarlo giù dalla poltrona perché è tanto simpatico, vorrei che almeno riusciste a non fargli mettere mai più piede all’incontro per la festa della mamma. - E poi ci sono i giornali. Che danno spazio al deliquio personale di ogni cane che passa, verosimilmente pagandolo a peso d’oro. Uno degli ultimi esempi è questo, un semi-analfabeta che ha tirato fuori delle vecchie foto con Beppino dicendo che quelle degli Englaro sono tutte bugie (ma anche se fosse, il primo comandamento è non tradire gli amici e l’undicesimo è fatti i cazzi tuoi). Non avendo argomentazioni, ha di conseguenza trovato posto sulla prima pagina del TgCom. Ma la fanga l’hanno generata tutti i giornali nel momento in cui hanno deciso di parlare di questa notizia pubblicando quella foto di Eluana. Una foto fatta apposta per intenerire, per farci vedere com’era bella, per ricordarci quanto sia solare e meravigliosa la vita a cui vorrebbero ingiustamente strapparla. Nessuno che abbia mostrato il povero resto su cui si accaniscono sciacalli e demagoghi. Se i cattolici vedessero coi loro occhi com’è ridotta questa donna, forse capirebbero che la morte a cui la stiamo per consegnare non è peggiore della condizione a cui l’abbiamo costretta. E forse tutti gli altri potrebbero constatare l’oltraggio che a volte la vita diventa per la temeraria arroganza della tecnica medica. - Non l’ho ancora detto, ma è meglio non lasciare sottotesti: i talebani del laicismo mi fanno paura tanto quanto i talebani del cattolicesimo. Quello che mi impressiona è che, sia da una parte che dall’altra, sembra proprio che di Eluana non interessi una stracazzo di niente a nessuno. L’importante è la battaglia ideologica, il richiamo alle «volontà», l’osanna al diritto alla vita (alla vita di chi? Di un tronco vegetale? E quanto valore ha, invece, la vita di chi ogni giorno versa su questa donna cure, lacrime, sofferenze?). Un laicista tanto invasato quanto simpatico (che si firma Thomas Bernhard) ha concluso così uno dei suoi acuminati ragionamenti: Qui non si tratta di essere invasati. Il nostro paese è infestato da gentaglia che parla del caso Englaro come di un omicidio. Di idioti che si gettano sull'ambulanza urlando «Eluana, svegliati!». E di mentecatti come Crisafulli che trovano ospitalità sui più importanti mezzi di comunicazione. Questo è il fascismo strisciante dell'idiozia e della malafede. Di fronte a queste cose io non sto zitto. Non faccio il moderato. I nazisti non sono stati sconfitti con le pacche sulle spalle. Qua è in gioco la civiltà contro la barbarie. E sia chiaro: io sto solo difendendo i valori principali delle società liberali moderne, cioè la libertà dell'individuo e la democrazia. Per questi valori non sono solo disposto ad alzare i toni. Se dovesse essere il caso, sono disposto a prendere un fucile e ad andare in montagna. La nostra Repubblica è nata così. La purezza è da applausi, ma per come la vedo io, con questi toni e modi non si va lontano: Englaro sta diventando come Gaza, con frange di fanatismo perfettamente sorde alla parte avversa. Il problema peraltro non è circoscritto all’Englaro: il dibattito si consuma in modalità bipolari anche su tutte le altre questioni. Io ritengo che in un momento storico in cui la diversità (etnica, politica, religiosa) è mischiata come il mais e il tonno nell’insalata, non porti alcun vantaggio chiudere le porte (al rumeno, all’arabo, al cattolico, al fascista): il diverso è dietro l’angolo e fa la spesa al nostro stesso supermercato, non ce lo leviamo dalle palle con le manifestazioni. L’approccio sensato sarebbe comprendere la diversità anziché liquidarla con la tracotanza di chi non vuole sentire ragioni; non per altro, ma è esattamente il modo spregevole, fatto a colpi di dogma, con cui cercano di farsi valere gli avversari. Per quanto schifi la parola «dialogo», è proprio ciò di cui avremmo bisogno. Di dialogo e di un po’ di dubbio metodico. Oggi non è più con i fucili che si fa la lotta per la democrazia. Anzi, se qualsiasi demente può occupare la prima pagina di un giornale, è perché viviamo in un paese che si trincera dietro un ideale democratico farlocco. Se volete imbracciare il fucile, salire in montagna e sparare contro l'avversario, liberi di farlo. Ma è esattamente la logica che porta alla guerra, la stessa contro cui andate a manifestare. Immagino che le mie opinioni facciano schifo ai più. Ma la buona notizia è che, essendo un’incoerente, smidollata, garrula blogger, probabilmente domani le avrò già cambiate. Per oggi, tuttavia, sono esattamente queste. (Grazie a Vertigoz, che, seppur nell’intemperanza caratteriale, ha permesso di svolgere parte di questa discussione sul suo blog. Per trovare i post in questione, basta individuare quelli con più di dieci milioni di commenti). pulsatilla |
19:32 | commenti (82)
Tornata adesso dalla città natale.
Cenato con ananas e ho un gatto nel lavandino. Stanca. Picasso dice, parafraso: tutti abbiamo due città a testa, quella in cui siamo nati e quella in cui possiamo essere noi stessi. Io penso che la città dove posso essere me stessa si trovi in Sud America. Saudade. Quest'anno ho cominciato a studiare percussioni afro-brasiliane e da alcuni giorni continuo a sbattere le anche al ritmo del Canto di Ossanha (Vinicius de Moraes, Maria Creuza e Toquinho). È un dialogo fra tre personaggi: il messaggero di Xango; Ossanha; un innamorato disperato che vorrebbe tanto trovare un nuovo amore. Il primo in ordine di apparizione è il messaggero di Xango. Xango è come Zeus, è l'orixa di tutti gli orixas, come dire il santo di tutti i santi, o il dio degli dei. Il suo messo viene a spiegarci come stanno le cose. Senti che perle di saggezza. O homem que diz «dou» nāo dà Porque quem dà dà mesmo nāo diz L'uomo che dice «dò», non dà: perché chi dà veramente, non lo dice. O homem que diz «vou» nāo vai Porque quando foi já nāo quis L'uomo che dice «vado» non va: perché chi se n'è andato sa che non avrebbe voluto. O homem que diz «sou» nāo é Porque quem é mesmo é «nāo sou» L'uomo che dice «sono» non è: perché chi è davvero, dice «non sono». O homem que diz «tô» nāo tá Porque ninguém tá quando quer L'uomo che dice «resto» non resta, perché nessuno può decidere quanto restare. Coitado do homem que cai No canto de Ossanha, traidor Coitado do homem que vai Atrás de mandinga de amor Attento a chi si lascia incantare dal canto di Ossanha traditore! - ci avverte il messaggero di Xango -, Attento a chi si lascia stregare dalle stregonerie d'amore! Interviene Ossanha, orixa delle erbe mediche e magiche. Vai, vai, vai, vai - nāo vou Vai, vai, vai, vai - nāo vou Vai, vai, vai, vai - nāo vou Vai, vai, vai, vai - nāo vou Vai, vai, vai, vai - incalza Ossanha. No, non lo farò... - risponde l'innamorato disperato. Nāo vou, que eu nāo sou ninguém de ir Em conversa de esquecer A tristeza de um amor que passou Non lo farò perché io non sono nessuno per poter parlare di come si dimentica la tristezza di un amore che se n'è andato, dice l'innamorato. Nāo, eu só vou se for pra ver uma estrela aparecer Na manhā de um novo amor Potrei farlo solo se vedessi una stella che appare nel mattino di un nuovo amore, conclude. Amigo senhor, saravá, Xangô me mandou lhe dizer Se é canto de Ossanha, nāo vá, Que muito vai se arrepender Saravà, salute a te, amico, signore: Xango mi ha mandato qui a dirti che il canto di Ossanha è un inganno. Poi avresti solo di cui pentirti. Pergunte pro seu Orixá, O amor só é bom se doer Pergunte pro seu Orixá, O amor só é bom se doer Chiedi pure al tuo orixà: anche lui ti dirà che l'amore vero è vero solo se si strugge. (Insomma, il messaggero di Xango dice: chiedi al tuo santino di riferimento a cui ti voti, chiedi un po' a chi ti pare, e vedi che ho ragione io). Vai, vai, vai, amar Vai, vai, vai, vai, sofrer Vai, vai, vai, vai, chorar Vai, vai, vai, vai, dizer Invece Ossanha insiste nel dire: vai, vai, vai, vai. Vai ad amare, a soffrire, a piangere, a dire. *** Con il portoghese me la cavo molto peggio che con le percussioni, quindi ringrazio Sara che su mia preghiera ha tradotto il canto. *** Sono in modalità malinconica: accollàtevela. pulsatilla |
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