cos'è la pulsatilla una pianta. Ha le foglie divise in lacinie lineari, pelose. Cresce nei luoghi erbosi o fra le rocce. Mi è stata prescritta una volta. Quando ho chiesto al mio terapista perché, lui mi ha risposto "Perché sei cattiva". Questo è un blog cattivo per combattere la cattiveria, come da precetto omeopatico. E pulsatilla è una parola che mi somiglia molto. Piccola, saltellante. accattatevillo (si pronuncia squinz) ![]() el libro piu venduto nei pejori bar de caracas ![]() chi è la pulsatilla » la pulsatilla in 33 punti » curriculum vitae » risposte idiote a domande idiote » la mia infanzia difficile » dieci cose che amo » uomini che mi farei » parole preferite » parole preferite (part II) » parole preferite (foggian version) » figure che mi hanno segnata clerks » uno » due » tre » quattro » cinque » sei » sette » otto commenta la pulsatilla » sii educato e urbano voglio fare la pubblicitaria » colloqui in pubblicità (milano) » colloqui disperati (roma) » tutta la verità sulle agenzie » musica da pubblicitari » trovare idee » girare uno spot » fare un naming » scrivere un radiocomunicato anzi ci ho ripensato » faccio la consulente » faccio la pierre » faccio la star » faccio la scrittrice » faccio l'editor le mie sgangherate recensioni » elephant » coffee and cigarettes » closer » ma quando arrivano le ragazze? » varie » AC/DC » solex » pink floyd » rapture (versione vernacolare) » rapture (versione dirigente) » dick halligan & roma sinfonietta » traffic free festival » mouse on mars + tora tora » one dimensional man + rockinrho » patti smith + pippe » musica balcanica + autostop » delgados » oneida » eagles of death metal » viva zapatero! » me, you, mamm't e tu » sangue » perduto per sempre » donde las nubes cantan posti di un certo tipo » vecchio franklin » auditorium » cocktail garden » goa » ristorante divertente trasferte » apulia » isole greche » isole greche (part II) » milano-roma » roma-milano » modena » ciclabile del danubio » sardegna » berlino » parigi » stoccolma » back to milan » dolomiti » dolomiti (part II) » firenze » firenze (part II) » ginevra » il cairo » londra » buenos aires » venezia » istanbul furti » furto lettore cd » furto portafoglio » furto borsa + motorino » furto seconda borsa » furto (?) carta d'identità » furto patente » furto altro cellulare » furto secondo portafoglio » furto secondo motorino + rimpicciolimento piedi cronache depressogene » la gomma » gironzolo disoccupata » il dito nella piaga » coppia conica » cuor di pupattola » frances » la trota » ciccio e ciccia » le rose che non colsi le ricette di suor pulsatilla » premessa » orecchiette con le cime di rapa » trofie con zucchine e gamberetti » pasta e cavoli » salmone scazzato » ciambella per cacacazzi » cous cous porri e calamari » il brodo, proprio come una volta » menù da evitare pulsatilla si misura con i grandi temi » le droghe leggere » la mia generazione » la donna » l’esistenza dell’anima » il petrolio » il salario » l’invenzione del t9 » i tempi che corrono » l'immigrazione » gli ogm » la fine del mondo » l’america » il lucido per scarpe » il gelato » la vita » la vecchiaia » l'anima gemella » i condizionatori d'àere » i condizionatori d'àere II » la mala sanità » la morte stupite i vostri parenti » neruda » waldman » borges » neruda (II) » hikmet » kavafis » szymborska » trovarelli » ginsberg » di prima » levi » clevenger » nove » streghe (vangelo delle) » laborit » yeats » kumin » siti » milite » spender anni buttati oggi giugno 2009 maggio 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 settembre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 aprile 2007 marzo 2007 febbraio 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 agosto 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003 novembre 2003 ottobre 2003 settembre 2003 agosto 2003 luglio 2003 giugno 2003 amici miei » gago » gnegnet » roberto » carla » thomas » luca » flavia » tio » regi » manfredi » lollo » gianni » mavi » sissi » giancazzo » ubi » eddie » alfredo » pullo » delio » orietta » psycho » il duca » il bimbo » benty » francesco » karim » rundibacci » sol » cordio » fabio » toilet the others » chinaski » guia soncini » pipilotti rist » zoro » X§ » beppe grillo » porucista » minimo karma » francois de gerard » edi » nazione indiana » sviluppina » dimaco » falso idillio » kaplan » vertigoz » bradipa » bop » batteria ricaricabile » il primo amore » thom. bern. » melodium » la storia siamo noi » isiao » daw » arsenio bravuomo » muntu » heidi » herzog » arkangel » medusaman » un verme » redroofs » leonardo » el fluxus vomitato questo blog è stato visitato *loading* volte, mica cotica.
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domenica, 28 giugno 2009 - Perché ti ripeti sempre le domande da sola?
- Boh, non lo so. Perché mi ripeto sempre le domande da sola? (forse perché sei stanca) pulsatilla |
01:41 | commenti (25)
mercoledì, 10 giugno 2009 Pulsatilla e i suoi momenti di teologia
Se l'inferno esiste, devono esistere anche le celle di isolamento. (A proposito di questo) pulsatilla |
02:32 | commenti (17)
giovedì, 28 maggio 2009 Guardate questo.
pulsatilla |
00:27 | commenti (95)
mercoledì, 27 maggio 2009 Io al mio psicologo:
- Se penso alla mia relazione ideale, la immagino fatta di lunghi silenzi, con una persona molto calma, che mi parla con lo sguardo, che non alza mai la voce, che vuole fare l'amore spesso, che mi torce il braccio mentre facciamo l'amore, che mi bacia la nuca mentre scrivo, che non mi dice dove va, che non mi chiede dove sono stata, che di notte, al buio, si lascia baciare le spalle senza muoversi, steso sul fianco, e mi cinge la vita mentre cucino, e mi mette incinta senza chiedermelo. Praticamente, Marlon Brando: ed è morto da un po'. pulsatilla |
03:26 | commenti (34)
martedì, 26 maggio 2009 Non ho nessun sentimento di riconoscenza per le zucchine; cosa che ho, invece, e fortissima, per le melanzane.
Stasera ho cenato a dieci metri dal Portico d'Ottavia, e la vita per un attimo è stata di nuovo accettabile. Anche ieri, uscita dal cinema, mi sono sentita alla stessa maniera; a questo serve il cinema, il cinema serve a rendere la vita di nuovo accettabile. ll film della Archibugi è stato proprio un toccasana (quella locandina piatta e spensierata, decorata con elementare allegria scolastica, stava per deragliarmi sul film di Bellocchio. Poi ho pensato: ma no, vatti a vedere una bella commedia, una volta tanto. E commedia non fu. Furono lacrime. Però belle, liberatorie). Poi, al bar, ho tazzato il mio boccale di birra contro quello del mio amico e il caldo, per un attimo, ha smesso di strangolarmi, e anche la tristezza rampicante che da un po' di tempo ho, dopo il secondo sorso ha allentato la stretta. pulsatilla |
03:46 | commenti (11)
domenica, 24 maggio 2009 Citazioni domenicali di una certa utilità.
La malattia non è né una crudeltà in sé, né una punizione, ma solo ed esclusivamente un correttivo, uno strumento di cui la nostra anima si serve per indicarci i nostri errori, per trattenerci da sbagli più gravi, per impedirci di suscitare maggiori ombre e per ricondurci sulla via della verità e della luce, dalla quale non avremmo mai dovuto scostarci. Edward Bach pulsatilla |
14:35 | commenti (18)
lunedì, 18 maggio 2009 Settimana scorsa passo davanti a un bar con i tavolini fuori, c’è un tizio con i capelli strani, gli occhiali strani. Ci siamo conosciuti anni fa, si chiama Diego, e se non ricordo male fa il sassofonista. Un giorno sono andata anche a sentirlo in concerto. A dire la verità, non sono sicura che si chiami Diego; potrebbe chiamarsi Dario. «Ciao!», gli dico, con molta pimpa. Lui tituba. «Ciao», balbetta. È lì con un paio di amici, e una ragazza lo guarda storto. Decido di non fermarmi, e tiro dritto. Visto che lui continua a scrutarmi in tralice, superandolo dico: «Come stai?». E lui: «bene, tu?». «Bene».
Bene. L'altro giorno lo rincontro per strada. Avevo appena messo lo smalto. Mi si avvicina sorridendo. Io, soffiandomi sulle dita: «Ehilà. Come stai?». Lui: «Bene, tu?». «Mah. Ho le mestruazioni. Sono gonfia, depressa, nervosa, stanca. Infatti sto andando in erboristeria a farmi dare qualche pillolone. Tu», chiedo continuando a soffiare, «che fai? Suoni?». «No», pausa lunghissima, «io non suono». «Ah», pausa lunghissima in cui comincio a mulinare le manine smaltate in aria, «E come mai?». «Eh, non suono. Faccio il web designer». In quel momento smetto di soffiare e capisco che l’ho scambiato per un altro. Praticamente ho appena parlato dei miei dolori mestruali a un illustre sconosciuto, che però – di questo, almeno, ne sono certa – è lo stesso che ho salutato al bar. A quel punto devo inventarmi qualcosa da dire per giustificare la scena, e dico, ricominciando a soffiare: «Io però ti conosco. Dove ci siamo conosciuti, se non nell’ambiente musicale?», dico da esperta frequentatrice di ambienti musicali, quale, naturalmente, non sono manco poh cazzo. «Non lo so; forse in Accademia?». «No, non credo». Diosanto, che situazione. Tutte io. Aggiuge, giustamente: «Io, per esempio, non so come ti chiami». «Neanch’io so come ti chiami. Come ti chiami?». «Piergiorgio». «Io Valeria. Mi accompagni in erboristeria?». E così sono andata in erboristeria con uno che non conosco, tale Piergiorgio. Abbiamo parlato del mio lavoro, del suo lavoro, di Monica Bellucci, dei brufoli, delle farmacie, di Berlusconi, del Molise, delle foto, dell’essere sé stessi, di dove abitiamo e alla fine mi sa - ho pensato - che è così che si dovrebbero incontrare le persone. Al di là di tutto. Lo racconto con entusiasmo al mio amico, il quale, con la sua solita scarsa poesia, commenta: «Beh, mi sembra la storia adatta da raccontare ai bambini.
'Papà, come hai incontrato mamma?'. 'Mi ha fermato per strada e ha cominciato a lamentarsi del ciclo'». Per il resto, qui tutto bene: si campeggia. Baci (mestruali) a tutti, in ispecie agli sconosciuti. pulsatilla |
00:56 | commenti (42)
mercoledì, 06 maggio 2009 È una menzogna che frequento minorenni. Il padre di quella ragazza mi aveva chiamato perché voleva un appuntamento con me e voleva parlarmi: queste cose usciranno domani in un intervista a Chi.
pulsatilla |
11:51 | commenti (32)
sabato, 02 maggio 2009 What I expected
(ciò che mi aspettavo) Ciò che mi aspettavo era Tuono, battaglia, Lunghe lotte con gli uomini, Emergere. Dopo continue fatiche Sarei diventato forte; Poi le rocce avrebbero tremato E io mi sarei riposato, a lungo. Ciò che non avevo previsto Era il graduale quotidiano Venir meno della volontà, La dispersione della brillantezza, La mancanza del buono da toccare, L’avvizzire dell’anima e del corpo – Fumo davanti al vento, Corrotto, inconsistente. L’usura del Tempo E il passaggio di storpi Con gli arti a forma di domanda Nel loro strano contorcersi, Il dolore polveroso Che scioglie le ossa con pietà, I malati che si staccano da terra – Questi, non li potevo prevedere. Sempre aspettandomi Un po’ di brillantezza in cui fidare E dell’innocenza finale Esente da polvere, Che, solidamente sospesa, Dondoli sopra a tutto Come la poesia creata, Il cristallo sfaccettato. Stephen Spender pulsatilla |
22:09 | commenti (9)
martedì, 31 marzo 2009 Il signor Maslow illustra con un originale disegnino che i bisogni di un uomo sono strettamente gerarchici. Prima vengono i bisogni fisiologici: mangiare, bere, dormire. Poi pararsi il culo: tetto sulla testa, non farsi sbranare dai coyote, avere un posto fisso. A seguire, bisogni affettivi e bisogni di affiliazione. In cima alla piramide c'è la fuffa, autostima, fiducia in sé stessi, armonia col cosmo, roba che la protagonista di Lost In Translation cerca di ottenere con libro + cd e che le persone sane (es. mia nonna) cercano di raggiungere con la fatica di vivere anziché colle audiocassette (io m'ero comprata le audiocassette, ai tempi).
![]() Viene in mente l'Iliade. Achille non vuole andare a combattere perché gli girano le palle, poi scende in battaglia per vendicare Patroclo. Dietro le sue decisioni non c'è un vero ragionamento, a ben guardare c'è un mero impulso a pareggiare conti personali, a soddisfare bisogni immediati. Io e Alessio abbiamo stabilito, dopo esserci circondati da vari vuoti di Peroni, che Achille sta a metà della piramide. Non gliene importa di vincere o perdere la guerra, non ha una visione né un programma. È uterino. Fa un po' come je pare. Alla fine combatte valorosamente e spacca le ossa a un sacco di troiani, ma che questo coincida col trionfo degli Achei è un puro accidente. Achille è un fico, infatti è il genere di uomo che non piace a mia madre. Nella foto: Achille. Alle spalle, il tipico aereo troiano nemico dell'epoca. Mia madre preferirebbe che mi maritassi con Ulisse, l'uomo che ti fa il sette e quaranta. Ulisse è quello che dice: cara, andiamo via, non hai bisogno di un altro paio di scarpe. Ulisse ha scalato impeccabilmente tutta la piramide di Maslow, quindi ha il tempo per riflettere e si comporta secondo ciò che è strategicamente più efficace. Avendo soddisfatto tutti i bisogni, lui è sopra la piramide, prende decisioni ponderate, ti frega con malizia, lo fa col sorriso sulle labbra. Non è un impulsivo. Sa che le cose non vanno prese di petto, e per questo muove a sangue freddo vari pezzi sulla plancia prima di fare scacco alla regina. ![]() Nella foto: Ulisse, un uomo tutto d'un pezzo. Tutto questo ragionamento partiva dal fatto che la settimana scorsa abbiamo visto Saviano in tivù. Alessio dice che Saviano è come Achille, agisce sulla scorta di un'ossessione, si comporta in maniera avventata, non è in grado di far capire la camorra a chi di camorra non ne capisce e incolla al teleschermo solo chi già la pensa come lui. Insomma, dice che ha una funzione poco incisiva; perché qualsiasi campagna non è fatta per spostare chi ha già un'idea, semmai sposta gli indecisi (io continuerei a votare PD anche se il PD avesse i peggiori manifesti elettorali e facesse i peggiori comizi elettorali, cosa che di fatto già fa). Si può fare politica dicendo le cose giuste e vere, d'impeto, animati dal fuoco sacro tipico di chi è in mezzo alla scalata; oppure si può fare politica da sopra, muovendo fili, creando alleanze, producendo consenso. E questo, secondo me, è Berlusconi. Un uomo scaltro che fa le corna a Polifemo quando è girato di spalle, che tradisce Penelope con Circe e che dopo un naufragio porta la barca in secco, la sistema fischiettando, stringe due viti e torna allegramente in mare. Silvio ha tutto l'oro piramidale: caviale e champagne, ville e villette, amici a strafottere, un posto di lavoro per sé e tutti i suoi figli, sicuramente l'autostima non gli manca. Convince l'elettore indeciso con qualche bugia e se le cose dovessero mettersi male sa di poter contare sul suo trasformismo e scappare nascosto sotto la pancia di una pecora. Io sto con Achille tutta la vita. E comunque, abbiamo stabilito anche questo, l'amore è una cosa di destra, e la Peroni fa shckif 'o cazz. pulsatilla |
09:16 | commenti (65)
mercoledì, 25 marzo 2009 Ehi, notiziona. Splinder è impazzito.
pulsatilla |
15:34 | commenti (21)
Ehi, notiziona, ho un lavoro.
Tutti i giorni dalle 10 alle 19. Un lavoro vero, vera fatica, con soldi che per una volta non sono soldi del Monopoli. Sono molto contenta. Adesso devo solo trovare una bacchetta magica che faccia scrivere i romanzi da soli. Tutto ciò toglierà tempo al blog. Tempo per dire che ho scopato (ancora e finalmente!), che ho sfondato un divano, che ho comprato un divano nuovo sulla Cristoforo Colombo dopo aver girato uno zillione di centri commerciali, tra cui il secondo più grande d'Europa e il terzo più brutto del mondo (alabastri, marmi, obelischi, statue cinesi e neanche un negozio d'arredamento). Che la sera in cui ho scopato ero finalmente riuscita a uscire con il tizio di cui mi sono incapricciata, l'unico ragazzo che mi sia realmente piaciuto nelle ultime trenta primavere - e alla fine sono andata a letto con l'amico, che dopo l'amplesso ho pregato in ginocchio di non dire niente all'altro, ma visto che l'altro è scomparso credo che le preghiere siano state malformulate. Che il collasso del divano e la scopata sono avvenuti nello stesso momento ma in due stanze diverse, quindi sono eventi non correlabili (= divano Ikea e amplesso apparentabili solo per qualità e durata). Che ho comprato il Folletto, quindi aspiro casa venti volte al giorno a velocità IV inghiottendo interi pezzi di parquet (mi sono perfino svegliata madida di sudore nel cuore della notte dicendomi «devo avere anche il picchio!» [il picchio è un beccuccio particolare con un motore della Nasa che serve ad aspiare le imbottiture. Il fatto che non ci siano imbottiture in questa casa è, naturalmente, del tutto irrilevante] e la mattina dopo ho chiamato il consulente della Folletto per dire che oltre alla scopa elettrica, alla lucidatrice e all'imprescindibile arnese per lavare i materassi volevo assolutamente anche il picchio). Che alla fine ho comprato questo divano, fatto interamente di legno equo e biologico, made in Italy, assemblato a mano, niente viti, niente bulloni, cotone grezzo naturale, lattice senza zucchero, senza uova e senza derivati del lattice, tutto questo per soli duemila euro, signora (e non so neanche dove metterlo, esattamente, un divano di due metri e mezzo. Probabilmente abbatterò una parete e sconfinerò in casa della vicina con bracciolo-gomito-telecomando). E ho comprato un tappetino per il bagno blu, che arrivata a casa ho scoperto non essere blu ma viola lavanda, e io sono esattamente il genere di persona che ridipinge le pareti del bagno lavanda per farle intonare al tappetino - ma tutto questo, da oggi, non sarà più possibile: perché ho un lavoro. Un lavoro, capite? A job! Una cosa che ti fa tornare troppo stanca la sera, che toglie tempo ad amicizie sbagliate, scopate sbagliate, shopping sbagliato in pagamenti rateali sbagliati. E che mi consentirà di pagare l'aspirapolvere senza dover andare a portare i ciaffi d'oro della bisnonna al monte dei pegni. Ma soprattutto, vedrò così poco casa che non avrò neppure modo di sporcarla, quindi forse potrei anche restituirlo, il Folletto. Certo che però, il picchio... No, no, lo tengo. Sia mai che tante volte sfondo un altro divano e poi me ne compro uno con l'imbottitura. pulsatilla |
09:08 | commenti (31)
giovedì, 19 marzo 2009 Questa per me è la canzone perfetta.
(Un altro imperdibile contributo alla rubrica E anche sticazzi). pulsatilla |
01:30 | commenti (36)
venerdì, 13 marzo 2009 Ho deciso di metterla anche sul blog; erano giorni che volevo farlo, ma mi mancavano le forze. Chi è nella mia rubrica di posta elettronica ha già ricevuto questa call-to-action, ma repetita iuvant. Saluti da Pulsatilla, una donna che parla speditamente sia l'inglese che il latino ma che usa troppi ma.
In libreria è uscita un'antologia curata da Clara Sereni, per Cairo editore, che si intitola «Amore Caro». Forse ne avete sentito parlare; la settimana scorsa hanno pubblicato alcuni estratti su D. di Repubblica. Dentro questa antologia si trova la cosa migliore che abbia mai scritto, o comunque, sicuramente la più importante. Gli autori sono: Franco Amurri, Lorenzo Amurri, Oliviero Beha, Giovanni Maria Bellu, Gloria Buffo, Paola Free Martin, Paola Cortellesi, Barbara Garlaschelli, Valentina Locchi, Kikka Menoni, Lunetta Savino, Marco Savino, e, naturalmente, Clara Sereni. Tutte persone - chi scrive per mestiere, chi no - che hanno in famiglia un disabile, una persona affetta da disturbo psichiatrico, o comunque una persona «fragile», per usare il meno peggio tra gli eufemismi a disposizione. Si tratta di amori importanti, ma costosi: «Caro» nella sua doppia accezione. La maggior parte degli interventi sono molto brevi perché parlarne è faticoso (e, vi assicuro, è faticoso anche mandare questa email in settecento copie, sia perché farsi pubblicità è sempre inelegante, sia perché con questo progetto, autobiografico per necessità, ho calato le braghe più del solito). I proventi saranno devoluti alla Fondazione «La città del sole», una Onlus che si occupa di integrazione della diversità attraverso progetti concretamente utili. Il formato dei racconti è la lettera: Amore Caro, virgola a capo. E basta, tutto qua. Ciao Valeria pulsatilla |
18:38 | commenti (23)
sabato, 28 febbraio 2009 Fonti attendibili mi hanno detto che il Veneto - la regione destrissima e cattolicissima per antonomasia - è l'area con più club scambisti del mondo. Del mondo! Mi aiutate a verificare questa notizia? Su google non ho trovato niente, ma io sono una nota pippa a googlare.
Pure se fosse, non sarebbe una novità. Basti pensare che nella sinistra che chiede più diritti - Veltroni, D'Alema, Fassino, Rutelli, Franceschini - hanno tutti matrimoni trentennali o quarantennali, mentre a destra - il pulpito da cui vengono i predicozzi sulla famigghia - sono tutti divorziati: e i conti sono presto fatti. Vedi alla voce ipocrisia. pulsatilla |
00:39 | commenti (64)
venerdì, 27 febbraio 2009 L’adorazione è una cosa pelosa quando la subisci – io spesso la subisco (altrettanto spesso sono cordiale oggetto di riti voodoo, beninteso) – e quando invece adori, verbo attivo, perdi di botto qualsiasi capacità critica. Adorare ti sembra perfettamente legittimo, e ti viene da dichiararlo.
Pertanto oggi sfrutto la numerosità di questa utenza per dire che io adoro Andrea Bajani. Adoro Andrea Bajani. Un aereo attraversa il cielo lasciando la scritta: a d o r o a n d r e a b a j a n i Adorare ha anche un’altra controindicazione, e cioè quando adori non ti senti in dovere di argomentare: la cosa ti pare ovvia e autodimostrantesi. D.: Perché adori Andrea Bajani? R. (l’unica possibile): Come perché! Come a dire: che domande. Mi rendo conto di come questo non sia l’approccio ideale quando si tratta di critica letteraria, che io, per la cronaca, non mi sogno neanche di fare; e sebbene di recensioni a base di «mepiace» e «nummepiace» sia già piena la Rete, questo post serve esattamente lo scopo di rendere noto al vasto pubblico quanto cepiace Bajani (al quale peraltro, se non fosse già abbastanza chiaro, si richiede di compilare il modulo per la candidatura a marito di Pulsatilla quivi scaricabile, grazie): dunque, accollàtevela. Il mio incontro con la produzione letteraria dell’Eroe avviene in libreria. Mi trovavo alla Feltrinelli di Milano con un amico. L’amico prende «Se consideri le colpe» e mi sventaglia sotto il naso il tometto dicendo: «Questa qui è la cosa migliore che sia stata scritta in Italia quest’anno. Se vuoi». Ci mette questo «Se vuoi» alla fine, questo imperativo camuffato da ottativo, come per dire, libera di non comprarlo, ma se non lo compri sei una merda. Tu, donna caprina e puzzolente del subappennino, che hai anche la pretesa di scrivere. E quindi ho sentito l’obbligo morale – e colpevole – di spendere la cifra assurda stampata a chiare lettere sul retro di copertina – non che fosse astronomica, ma mi sembrava tale rispetto alla modesta quantità di pagine che mi si offriva in cambio – e mi sono diretta alla cassa con «Se consideri le colpe», con, appunto, un tematico senso di colpa latente per non averlo fatto prima. Mi ha incatenata. Mentre leggevo tornavo indietro, cosa che si fa solo con i capolavori o con i libri così noiosi che non ti ricordi cosa hai appena letto. In questo caso trattavasi di capolavoro, sempre che sia lecito sdoganare la parola capolavoro invece di continuare a relegarla ad opere scritte prima delle guerre puniche. Tornavo indietro per rileggere un passaggio perché volevo capire come avesse fatto a raccontare così bene una cosa, la tal-cosa. Ammirazione totale. Non mi sono piacute le dediche. Bajani ha ringraziato tantissime persone. E a me i ringraziamenti sembrano sempre un auto-applauso. Più sono numerose le persone ringraziate, più l’applauso suona scrosciante. Poi, da autrice che ha scritto dei libri e che alla fine ha fatto sempre lunghi ringraziamenti, capisco che sia un atto di amore e gentilezza. Ma non sembra mai tale al lettore; mi viene immancabilmente in mente quel clone di Agnelli nel video di Elio e le Storie Tese che innalza il calice dicendo «Vovvei fare un bvindisi a mia madve che ha tvombato e ha fatto un figo come me». Il fatto che la cosa meno convincente fossero le dediche vuol dire comunque che il romanzo è fantastico. Perché equilibrato, perché fa stare male a li cani, perché è approfondito senza sbrodolare, perché è scritto come si dovrebbe scrivere di narrativa. Parla di un ragazzo che va a seppellire la madre in Romania, e del perché la madre sia finita in Romania, e di cosa questo abbia scatenato in entrambi. Qualche mese fa è uscito un altro libro suo, «Domani niente scuola», che ho avuto il piacere di presentare una decina di giorni fa con l’Eroe in carne e ossa seduto accanto a me mentre fuori imperversava una tormenta di neve. E la mattina dopo siamo saliti ciascuno sul proprio treno, che sembrava di stare a bordo della transiberiana; io sono andata a nord con i binari ghiacciati e i fiocchi che colpivano il finestrino e le spiagge del litorale adriatico che scorrevano davanti a me completamente ricoperte di bianco. Poi sono arrivata a Milano, dove c’era il sole e i bambini facevano il girotondo, il che significa che il pianeta è al collasso. Bajani è andato a sud, e non so come sia andato il suo viaggio perché non gliel’ho ancora chiesto. Credo bene, ché lui è un fralloccone ottimistone. O almeno, fa finta di esserlo e gli viene bene. Per me «Domani niente scuola» non è stato significativo solo per il contenuto, ma anche perché per una decina di mattine – il tempo di soggiorno sul mio comodino – l’ho scagliato dal letto contro la porta per far tacere i gatti che graffiavano e miagolavano a partire dalle sette. Poi mi rimettevo a dormire, e quando mi alzavo lo raccattavo e lo rimettevo sul comodino, e la sera lo leggevo, e la mattina lo scagliavo, in loop. L’altra ragione per cui «Domani niente scuola» ha avuto un’importanza nella mia vita è che è riuscito a strapparmi delle risate argentine in un periodo in cui niente mi faceva ridere. Ah, già: la trama del libro, mi dimentico sempre. Niente: Bajani è andato in tre gite scolastiche diverse (Parigi, Praga, Praga) con tre scolaresche diverse (tutte quinte di liceo scientifico) provenienti da tre città diverse (Torino, Firenze, Palermo). L’ha fatto perché è matto; e perché era stufo di sentir parlare di giovani, di bullismo, di «aiutiamoli», senza poter saggiare di che pasta sono fatti questi ragazzi degni di cotanto cruccio. Poi io sono dell’idea che i libri non vadano raccontati ma letti. Questo post è per dire leggetelo. Leggete Andrea Bajani. Bisogna. Finisco qui, postus interruptus. Per la morosa di Bajani: scherzo, neh. Non ho più il nerbo né il fisico. pulsatilla |
00:23 | commenti (20)
martedì, 17 febbraio 2009 Oggi ho comprato un cappellino.
![]() (Pulsa News, aggiornamenti in diretta: parto ora e torno lunedì notte. Non fate casino.) pulsatilla |
02:55 | commenti (23)
lunedì, 16 febbraio 2009 Quando oggi ho finito di vedere questo video ho applaudito come una cretina da sola in camera.
Non solo rappresenta la visione del mondo che mi sono inutilmente prodigata a difendere in questi giorni (qui spiegata con argomenti scientifici, finalmente), ma anche la prova definitiva - qualora ce ne fosse bisogno - che il mio emisfero destro è sovradimensionato e che il mio emisfero sinistro fa backoffice in co.co.pro. - se lo minacci di licenziamento, risponde lanciando aeroplanini di carta e sparando palline imbevute di saliva con la cannula della Bic. Grazie a Tiziano Scarpa che l'ha postato su Primo Amore. pulsatilla |
15:32 | commenti (20)
lunedì, 09 febbraio 2009 Non parlo mai di politica, ma sulla «vicenda Eluana» si sta consumando un rivoltante teatrino che mi dà il voltastomaco. Facendo una summa di quanto è emerso dalle recenti conversazioni a cui ho partecipato online e offline, questi sono i miei mozziconi di opinione. Ripeterò paro paro alcune cose già dette o scritte, mi scuso con la parte dell'utenza che accuserà le ripetizioni.
- Intanto: dico mozziconi perché non ho una posizione granitica in merito; come ho già detto altrove, è una faccenda così delicata e morbosa che non si può non provare disagio a prendere una posizione qualsiasi. - A quanto vedo, l’ossessione dei laicisti è «fare una legge». Come se questa fosse una circostanza che si possa impugnare con la materia del diritto. Per dimostrarvi quanto sia scivolosa la questione, facciamo un esempio: cosa accadrebbe se in un caso omologo la madre della ragazza volesse tenere in vita la figlia e il padre no? Il diritto dovrebbe imporre la morte della figlia a una madre che vorrebbe tenerla in vita? La legge dovrebbe stare dalla parte del parente prossimo che vuole la soppressione? O viceversa? E secondo quale criterio? Sullo stesso crinale si potrebbero fare altri esempi. Forse meglio rassegnarsi all’idea che la legge, in certi casi, sia povera e inutile rispetto alle insidie del caso. A occhio direi che il massimo a cui si può aspirare è una risoluzione di buon senso. Le risoluzioni di buon senso, una volta, erano una cosa in cui noi italiani eravamo davvero forti. Ma nel delirio generale abbiamo perso l’unico primato che ci era rimasto. Non ci resta davvero che la pasta al sugo. - Le volontà individuali hanno tutto il peso del mondo, ma in questo caso specifico «la volontà di Eluana» mi sembra, fra le molte, un’argomentazione piuttosto debole. Non foss’altro che all’epoca delle dichiarazioni l’accanimento terapeutico era ancora una frontiera sconosciuta. La volontà di Eluana ha meno peso di quella che avrebbe la nostra se noi, oggi, facessimo un testamento biologico, perché avremmo un'opinione fondata sulla base di tutte le riflessioni che il caso Englaro ha generato. Che valore si può dare alle parole di una ragazza viva, giovane, inconsapevole di cosa fosse l’ospedalizzazione a lungo termine, incosciente di rappresentare un precedente per i casi futuri? Detta terra terra: mia madre una volta ha detto che preferirebbe essere cremata invece di farsi divorare dai vermi. Farò di tutto per cremarla, ma se intorno a lei si dovesse sviluppare un tale macello mediatico, il «mia madre quella volta a tavola ha detto che...» perderebbe un po' della sua rilevanza, perché quel macello la poveretta non lo poteva prevedere. A tali condizioni sarebbe determinante quello che penso io, per esempio, che sono la figlia, così come lo è, oggi, quello che pensa Beppino Englaro. Ben diverso è stato il caso Welby, il quale, in pieno possesso delle facoltà, ha scritto di suo pugno una lettera al Presidente della Repubblica per ottenere l’interruzione delle cure. Ma qui una volontà espressa alla luce dei fatti non c’è. Ritengo più utile, perché a freddo, il parere di uno chiamato a risolvere - in un verso o nell'altro - una vicenda che per il Paese, sebbene non avremmo voluto, è diventata paradigmatica, e da lì ricominciare a ragionare normalmente, di volta in volta, e caso per caso. - I coniugi Englaro dovrebbero essere gli unici a dover pesare nella decisione. Ma parlando per sé: perché seppellire un figlio è atroce, ma seppellirlo ogni giorno per diciassette anni di fila è disumano. La richiesta è semplice, il grido di dolore è comprensibile a tutti. Per concedere loro questa grazia non dovrebbe essere necessario invocare una volontà remota e presunta. Il loro dissesto emotivo ha infinitamente più valore di quello di una donna senza attività cerebrale, quindi priva di dissesto emotivo per definizione. Il fatto che Eluana non senta niente è cruciale nel dibattito: per lei, essere mantenuta in vita o meno è indifferente. Quindi non vengano a parlarci di eutanasia. L’eutanasia prevede un sofferente e qualcuno che pone fine alla sofferenza. Qui la parte che soffre non è quella attaccata al sondino, ma quella che il sondino lo attacca. - Tra l’altro: non sono un tecnico, ma a lume di naso penso che non ci sia legge al mondo che possa impedire alla famiglia Englaro di portare Eluana a casa e farla spegnere serenamente nella sua cameretta. Succede quotidianamente in tutti gli ospedali. A molti di voi sarà capitato, con un parente più o meno prossimo, di ricevere la mano sulla spalla di un medico (degno di questo nome) che suggerisce di dimettere il paziente e fargli finire i suoi giorni dove ha vissuto. Normalmente si fa per molte ragioni: per non far pesare una morte in più sui bilanci dell’ospedale; per risparmiare risorse comuni; ma soprattutto per buon senso, quel buon senso ormai perduto di cui sopra (a tal proposito consiglio, a chi non l’ha visto, La sicurezza degli oggetti, un film di Rose Troche). Un medico ospedaliero – quindi un pubblico ufficiale – si macchia di reato se stacca il sondino. Un familiare no. Sarebbe, tutt’al più, colpevole per omissione di soccorso, ma nel nostro paese dubito perfino che verrebbe processato. A me sembra che l’unico motivo per cui gli Englaro si stiano sottoponendo alla mattanza sia fare del caso un precedente giuridico di cui si avvarranno, da oggi in poi, tutti gli italiani. Mi sembra un intento nobile. Quello che gli italiani dovrebbero fare in cambio è ragionare, cosa che notoriamente hanno smesso di fare, e infatti per lo più battono i pugni sul vetro al grido di «Eluana svegliati». - Trovo raccapriccianti più di ogni altra cosa le manifestazioni dei cattolici, e lo dico da persona con un granello di senso del sacro in corpo. Quello che un buon cristiano farebbe di fronte a una situazione del genere è giungere le mani e farsi piccolo piccolo di fronte al mistero della vita e della morte. Al massimo pregare, sperando che serva. Invece no: i cortei, gli slogan, le fiaccolate fuori dall’ospedale, gli assalti all’ambulanza. Ma chi era il vostro catechista, Erwin Rommel? Rendete impossibile la vita a chiunque voglia fare un ragionamento che non sia positivista, così come l’esistenza di Mastella squalifica qualsiasi ragionamento a favore della sinistra italiana. Personalmente ho la sfiga di essere di sinistra nel Paese con la peggiore sinistra a memoria d’uomo, Cambogia inclusa, e di credere in Dio mentre Dio è fatto a pezzi da imbecilli come questi. - Poi ci sono i discorsi sul valore della vita. Come se la vita fosse solo una questione di respirare e muovere gli occhi («ma quella ti guarda!», obietta mia nonna quando la minacci di staccare gli alimenti alla sua protetta. No, nonna, non è che ti guarda, è che gira gli occhi meccanicamente, le rispondi. Ma vallo a spiegare, a una povera innocente di ottantacinque anni che è così disarmata di fronte alla vita da seguire ancora tutti i telegiornali). O, secondo i ragionamenti che vengono fatti dall'altra parte del filo, come se la vita possa essere riconducibile a un pugno di leggi e difesa soltanto per volontà del vivente. Quando ero col rasoio sulle vene c’è stato qualcuno che è entrato in bagno e mi ha salvata. Cosa avrebbero fatto gli jihadisti del testamento biologico? Mi avrebbero aiutato ad affondare la lama? Quando c’è uno sul cornicione che minaccia di buttarsi, perché ci sono i pompieri che gli vanno sotto con le reti? La risposta è: perché la vita è un valore non relativo. Partendo da questo parametro, si possono fare dei ragionamenti, si spera accorati e dolenti, su quanto sia preferibile, in certi casi, un dignitoso funerale a una vita umiliante. Nelle discussioni in cui sono intervenuta c’è chi ha detto che quando si porta in grembo un figlio handicappato sarebbe meglio abortire. È quello che farei io, per la cronaca: ma per me, per Valeria, ché non riuscirei a caricarmi per tutto il viaggio un tale fardello sulle spalle; per egoismo, insomma; non per una congettura ipocrita su cosa sia meglio per il nascituro. Probabilmente chi mette al mondo un disabile lo candida a un destino sofferto, ma pensare di sapere come sarà un destino, e quali siano le strade e gli sbocchi della sofferenza, è l’atto estremo dell’arroganza. Come ha detto qualcuno, facendo un paradosso efficace, Stephen Hawking ha la sclerosi amiotrofica ed è il più grande fisico vivente. Mentre quel zuzzurellone di Silvio Berlusconi saltella dinoccolato per i corridoi del Parlamento. Non che Hawking abbia un'attinenza diretta con Eluana, ma i discorsi dei laicisti mi fanno spesso paura perché per scivolamento conducono a scenari mostruosi. - Beautiful, puntate precedenti. Silvio Forrester ha proposto un decreto legge per bloccare il protocollo della clinica del dottor Spectra. George-scusate-stavo-dormendo-che-cosa-mi-sono-perso-Napolitano gliel’ha negato perché incostituzionale. Al che il signor Forrester ha minacciato di riscrivere la Costituzione. Siamo nell’ambito dell’eversione, ma per fortuna la grande fiction di Canale 5 ci ha allenati a tenere il cervello sempre a livello di guardia. Tra l’altro, con «Eluana è viva e può fare figli» Silvio ha ridotto la maternità a una questione organica: essere madri significa farsi fecondare e poi sgravare il feto. Fantastico: le donne della destra italiana saranno state contente di questo complimento. Se non volete scaraventarlo giù dalla poltrona perché è tanto simpatico, vorrei che almeno riusciste a non fargli mettere mai più piede all’incontro per la festa della mamma. - E poi ci sono i giornali. Che danno spazio al deliquio personale di ogni cane che passa, verosimilmente pagandolo a peso d’oro. Uno degli ultimi esempi è questo, un semi-analfabeta che ha tirato fuori delle vecchie foto con Beppino dicendo che quelle degli Englaro sono tutte bugie (ma anche se fosse, il primo comandamento è non tradire gli amici e l’undicesimo è fatti i cazzi tuoi). Non avendo argomentazioni, ha di conseguenza trovato posto sulla prima pagina del TgCom. Ma la fanga l’hanno generata tutti i giornali nel momento in cui hanno deciso di parlare di questa notizia pubblicando quella foto di Eluana. Una foto fatta apposta per intenerire, per farci vedere com’era bella, per ricordarci quanto sia solare e meravigliosa la vita a cui vorrebbero ingiustamente strapparla. Nessuno che abbia mostrato il povero resto su cui si accaniscono sciacalli e demagoghi. Se i cattolici vedessero coi loro occhi com’è ridotta questa donna, forse capirebbero che la morte a cui la stiamo per consegnare non è peggiore della condizione a cui l’abbiamo costretta. E forse tutti gli altri potrebbero constatare l’oltraggio che a volte la vita diventa per la temeraria arroganza della tecnica medica. - Non l’ho ancora detto, ma è meglio non lasciare sottotesti: i talebani del laicismo mi fanno paura tanto quanto i talebani del cattolicesimo. Quello che mi impressiona è che, sia da una parte che dall’altra, sembra proprio che di Eluana non interessi una stracazzo di niente a nessuno. L’importante è la battaglia ideologica, il richiamo alle «volontà», l’osanna al diritto alla vita (alla vita di chi? Di un tronco vegetale? E quanto valore ha, invece, la vita di chi ogni giorno versa su questa donna cure, lacrime, sofferenze?). Un laicista tanto invasato quanto simpatico (che si firma Thomas Bernhard) ha concluso così uno dei suoi acuminati ragionamenti: Qui non si tratta di essere invasati. Il nostro paese è infestato da gentaglia che parla del caso Englaro come di un omicidio. Di idioti che si gettano sull'ambulanza urlando «Eluana, svegliati!». E di mentecatti come Crisafulli che trovano ospitalità sui più importanti mezzi di comunicazione. Questo è il fascismo strisciante dell'idiozia e della malafede. Di fronte a queste cose io non sto zitto. Non faccio il moderato. I nazisti non sono stati sconfitti con le pacche sulle spalle. Qua è in gioco la civiltà contro la barbarie. E sia chiaro: io sto solo difendendo i valori principali delle società liberali moderne, cioè la libertà dell'individuo e la democrazia. Per questi valori non sono solo disposto ad alzare i toni. Se dovesse essere il caso, sono disposto a prendere un fucile e ad andare in montagna. La nostra Repubblica è nata così. La purezza è da applausi, ma per come la vedo io, con questi toni e modi non si va lontano: Englaro sta diventando come Gaza, con frange di fanatismo perfettamente sorde alla parte avversa. Il problema peraltro non è circoscritto all’Englaro: il dibattito si consuma in modalità bipolari anche su tutte le altre questioni. Io ritengo che in un momento storico in cui la diversità (etnica, politica, religiosa) è mischiata come il mais e il tonno nell’insalata, non porti alcun vantaggio chiudere le porte (al rumeno, all’arabo, al cattolico, al fascista): il diverso è dietro l’angolo e fa la spesa al nostro stesso supermercato, non ce lo leviamo dalle palle con le manifestazioni. L’approccio sensato sarebbe comprendere la diversità anziché liquidarla con la tracotanza di chi non vuole sentire ragioni; non per altro, ma è esattamente il modo spregevole, fatto a colpi di dogma, con cui cercano di farsi valere gli avversari. Per quanto schifi la parola «dialogo», è proprio ciò di cui avremmo bisogno. Di dialogo e di un po’ di dubbio metodico. Oggi non è più con i fucili che si fa la lotta per la democrazia. Anzi, se qualsiasi demente può occupare la prima pagina di un giornale, è perché viviamo in un paese che si trincera dietro un ideale democratico farlocco. Se volete imbracciare il fucile, salire in montagna e sparare contro l'avversario, liberi di farlo. Ma è esattamente la logica che porta alla guerra, la stessa contro cui andate a manifestare. Immagino che le mie opinioni facciano schifo ai più. Ma la buona notizia è che, essendo un’incoerente, smidollata, garrula blogger, probabilmente domani le avrò già cambiate. Per oggi, tuttavia, sono esattamente queste. (Grazie a Vertigoz, che, seppur nell’intemperanza caratteriale, ha permesso di svolgere parte di questa discussione sul suo blog. Per trovare i post in questione, basta individuare quelli con più di dieci milioni di commenti). pulsatilla |
19:32 | commenti (82)
Tornata adesso dalla città natale.
Cenato con ananas e ho un gatto nel lavandino. Stanca. Picasso dice, parafraso: tutti abbiamo due città a testa, quella in cui siamo nati e quella in cui possiamo essere noi stessi. Io penso che la città dove posso essere me stessa si trovi in Sud America. Saudade. Quest'anno ho cominciato a studiare percussioni afro-brasiliane e da alcuni giorni continuo a sbattere le anche al ritmo del Canto di Ossanha (Vinicius de Moraes, Maria Creuza e Toquinho). È un dialogo fra tre personaggi: il messaggero di Xango; Ossanha; un innamorato disperato che vorrebbe tanto trovare un nuovo amore. Il primo in ordine di apparizione è il messaggero di Xango. Xango è come Zeus, è l'orixa di tutti gli orixas, come dire il santo di tutti i santi, o il dio degli dei. Il suo messo viene a spiegarci come stanno le cose. Senti che perle di saggezza. O homem que diz «dou» nāo dà Porque quem dà dà mesmo nāo diz L'uomo che dice «dò», non dà: perché chi dà veramente, non lo dice. O homem que diz «vou» nāo vai Porque quando foi já nāo quis L'uomo che dice «vado» non va: perché chi se n'è andato sa che non avrebbe voluto. O homem que diz «sou» nāo é Porque quem é mesmo é «nāo sou» L'uomo che dice «sono» non è: perché chi è davvero, dice «non sono». O homem que diz «tô» nāo tá Porque ninguém tá quando quer L'uomo che dice «resto» non resta, perché nessuno può decidere quanto restare. Coitado do homem que cai No canto de Ossanha, traidor Coitado do homem que vai Atrás de mandinga de amor Attento a chi si lascia incantare dal canto di Ossanha traditore! - ci avverte il messaggero di Xango -, Attento a chi si lascia stregare dalle stregonerie d'amore! Interviene Ossanha, orixa delle erbe mediche e magiche. Vai, vai, vai, vai - nāo vou Vai, vai, vai, vai - nāo vou Vai, vai, vai, vai - nāo vou Vai, vai, vai, vai - nāo vou Vai, vai, vai, vai - incalza Ossanha. No, non lo farò... - risponde l'innamorato disperato. Nāo vou, que eu nāo sou ninguém de ir Em conversa de esquecer A tristeza de um amor que passou Non lo farò perché io non sono nessuno per poter parlare di come si dimentica la tristezza di un amore che se n'è andato, dice l'innamorato. Nāo, eu só vou se for pra ver uma estrela aparecer Na manhā de um novo amor Potrei farlo solo se vedessi una stella che appare nel mattino di un nuovo amore, conclude. Amigo senhor, saravá, Xangô me mandou lhe dizer Se é canto de Ossanha, nāo vá, Que muito vai se arrepender Saravà, salute a te, amico, signore: Xango mi ha mandato qui a dirti che il canto di Ossanha è un inganno. Poi avresti solo di cui pentirti. Pergunte pro seu Orixá, O amor só é bom se doer Pergunte pro seu Orixá, O amor só é bom se doer Chiedi pure al tuo orixà: anche lui ti dirà che l'amore vero è vero solo se si strugge. (Insomma, il messaggero di Xango dice: chiedi al tuo santino di riferimento a cui ti voti, chiedi un po' a chi ti pare, e vedi che ho ragione io). Vai, vai, vai, amar Vai, vai, vai, vai, sofrer Vai, vai, vai, vai, chorar Vai, vai, vai, vai, dizer Invece Ossanha insiste nel dire: vai, vai, vai, vai. Vai ad amare, a soffrire, a piangere, a dire. *** Con il portoghese me la cavo molto peggio che con le percussioni, quindi ringrazio Sara che su mia preghiera ha tradotto il canto. *** Sono in modalità malinconica: accollàtevela. pulsatilla |
01:47 | commenti (20)
venerdì, 06 febbraio 2009 E poi concludi con:
Ho visto cose e fatto gente. Come non amarti, per questo. pulsatilla |
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giovedì, 05 febbraio 2009 Stanotte avrei deciso buttare giù qualche riga che viene dal fondo dello stomaco e che i più di voi troveranno o delirante o irrilevante.
Forse qualcuno che mi legge da tempo ricorda questo post in bilico tra depressione e visioni di madonne al pub in cui dicevo che non mi andava più di uscire e trovavo insensato più o meno tutto quello che mi sfilava davanti. Per me quel periodo, sebbene il blog non ne riporti traccia - a parte qualche successiva cronaca inattendibile e grottesca su guaritori sciamanici -, è stato uno spartiacque. Di lì a poco sono precipitata in una fase, che dura tutt’ora, che non saprei definire diversamente se non con la bolsa locuzione di crisi mistica. La fede – altro termine che aborro: mi ricorda mia nonna curva con lo scialle rosa antico che sgrana ottusamente rosari – è una cosa irreversibile; come nascere. E proprio come la venuta al mondo, è un fardello. Sarebbe troppo lungo spiegare che cos’è, nei fatti, per mia esperienza, una crisi mistica. Detta in due parole, cioè detta molto male e molto brevemente, si tratta di incrociare per caso (ma ho mai creduto al caso? no) una sintesi del mondo che ti fa tornare i conti. Tutti i conti. (Quella che ti vendono al catechismo non è una visione globale, è una dottrina pedissequa: ti levano le castagne dal fuoco dicendoti loro cosa fare. Vai dal prete, gli spieghi un problema e lui ha la risposta pronta. La visione globale, invece, ti racconta la matematica delle cose, e poi tutti i problemi li devi risolvere tu, come a scuola). Siccome la mia è una immagine del mondo dualistica – magari, un giorno, avendoci il tempo e l’ardire, vi racconto perché ho questa e non un’altra immagine del mondo, e quali sono stati i fenomeni che l'hanno determinata in questo modo ai miei occhi –, un'immagine che cioè spacca nettamente l’esistenza fra Bene e Male, per un certo periodo non riesci più ad alzare uno spillo senza chiederti se sia giusto farlo, cioè in quale delle due categorie l’atto di alzare lo spillo sia rubricabile. Il dubbio si aggrava se hai prima la sensazione, e poi la dimostrazione, di essere contesa tra forze esterne (finché non le avverti, pensi che i fantasmi siano creature d’invenzione, ridicole, col lenzuolo bianco in testa. Quando cominci a sentirti infestata dall'altro-da-te, quando ti senti abitata, letta, dentro, e percepisci i pugni della lotta che si sta svolgendo da qualche parte intorno, che tu stia sognando o meno, che tu stia delirando o no, sbarazzarti di loro diventa il pensiero costante). Esserne soggetta significa stare in mezzo a due vettori che tirano, che per semplificare chiameremo il Bene e il Male, ma siccome detesto la retorica possiamo anche chiamarli A e B o Gianni e Pinotto. La conseguenza di questo tiro alla fune è l’immobilismo. Lo alzo o non lo alzo, lo spillo? Nel dubbio, non faccio nulla. E la conseguenza dell’immobilismo è che, dopo una quantità sufficiente di giorni di paralisi, morire nel letto in cui ti sei autoesiliato ti sembra una strada sensata. Eppure fra tutte queste tribolazioni una certezza ce l’hai: che darsi deliberatamente la morte è Male (Pinotto), quindi se c’è una cosa che non vuoi fare, non puoi fare, non devi fare e non farai è ammazzarti. Ne consegue che resti vivo con la sensazione di essere imprigionato sulla terra e nella vita. Né c’è luogo in cui fuggire: la vita è ovunque, e finita questa probabilmente te ne aspettano altre identiche se non fai qualcosa durante. Per questo si chiama crisi mistica. Non è piacevole. Parte la processione dei laici più accorti, i quali vengono a portarti al capezzale, in ordine sparso: viveri per sostentarti, di cui non ti importa più nulla; dvd (Hannah e le sue sorelle in pole position, ne volete una copia? ora ne ho svariate); storie di cugini finiti male in sette catecumenali, con cui non hai nulla da spartire; rimproveri, perché non è possibile, una ragazza intelligente come te; ritagli di giornale; letteratura illuminista mista; altro. Belle cose, per carità, ma nulla serve e nulla c’entra, e il fatto che neppure gli amici intimi capiscano cosa dici e debbano ricondurre il tuo stato a una case-history demenziale acuisce il senso di depressione e solitudine. Solitudine relativa, benintesi: è ovvio che non sei mai più del tutto solo, da quando hai un Gianni e un Pinotto attaccato all'anima. Arriva un giorno in cui capisci che di questo passo non puoi andare avanti. Devi fare qualcosa. Uscirne non puoi, perché la mistica non solo ti circonda, ti inzuppa, e tutto quello che vedi è una lotta nel fango tra forze immateriali. L’unica cosa che puoi fare è provare a uscire dal letto. Una mattina, perciò, decidi di darci un taglio e dare una cena; ti metti a fare telefonate: vieni? vieni? sì! sì! Allora che ho fatto. Mi sono messa il mio vestito scollato (Male), i tacchi alti (Male) e ho allestito un tavolo in terrazzo (Bene) con le candele (Bene). C’era da mangiare per un esercito (Male). La tavolata era così lunga che alcune persone non si sono neanche viste (Bene?). Io ho riso (Bene) e mi sono ubriacata (Male). A chi mi ha chiesto come stavo, ho risposto «Bene» (Bene). A quasi due anni da quella cena, il bipolarismo Bene-Male si è solo attenuato. Riesco a non pensarci, riesco a usare delle forchette con i rebbi lunghi senza chiedermi se siano più maligne di quelle coi rebbi corti, o cose così. E a volte, grande conquista, mi ubriaco spensieratamente. Non riesco più a scopare con gente che non amo senza sensi di colpa, non riesco quasi mai a dire bugie (non che voglia o che mi debba sforzare, ne ho perso proprio la facoltà), e l’unico luogo in cui sto davvero bene oltre a casa mia è la chiesa, meglio se grande, oppure qualsiasi posto del mondo purché io abbia accanto a una persona che amo come la mia stessa vita, e succede di rado. No, aspetta, ora che ci penso anche in mezzo agli alberi sto bene. Mi pacificano pure l'acqua che scorre e il fuoco che scoppietta. Praticamente sono impazzita. Ma quel che è grave è che sono d'accordo con quello che dice Ratzinger, pur detestando Ratzinger, e non posso farne parola altrimenti gli amici mi prendono a sassate. O meglio: non è che sono d'accordo, mi fa anche un po' schifo vederlo, quell'uomo lì viscido, tentacolare e potente, è che vedo in controluce la radice antica di quei discorsi, che messi come li mette lui sono una pappardella insensata e sgradevole, ma capisco, e quando capisci sei di conseguenza meno critico. È Babele prima della punizione: ti sembra di capire (non è detto che tu capisca), e questo ti placa. Anche se continui a lottare per non avere Berlusconi, non gli vuoi più così male, perché capisci anche lui, quel gran pezzo di merda che vorresti vedere morto. E poi pensi: povero Berla. Ha un sacco bisogno di affetto, si vede lontano un miglio. (L'ho sognato più volte: l'ultima volta eravamo in campeggio, lui aveva i calzoncini corti e io gli mettevo una mano intorno alla spalla e cercavo di convincerlo a non tradire Veronica Lario. Lui era molto simpatico. La sua superficialità mi inquietava. Mi dispiacevo per lui.) Ho anche rovesciato il tavolo del mio psichiatra cognitivista-comportamentista. Il quale di lì a poco ha cominciato a disertare le sedute (lui: non io). In tutto questo sono riuscita a non parlarvi di Dio. Mi sembra un segno di salute. Ma infatti, senza farvela ancora più lunga, questa manfrina era il preambolo di una recensione: era per dire che l'altro ieri ho visto un documentario sulle monache di clausura (Per Sempre, di Alina Marazzi, autrice anche di Un'ora sola ti vorrei e Vogliamo anche le rose, bellissimi, soprattutto il primo) e ho pensato che forse quella vita farebbe per me: pregare, studiare, ramazzare le foglie. I «per sempre» mi sono sempre piaciuti, e Dio, al contrario delle persone, non ti lascia. O almeno, questa è la sensazione, o la frottola, o la cosa che sta nel cuore disperato. Se in aggiunta a tutto ciò, in qualche punto della vita sei stata anche Pulsatilla, bè, che dire, ti ha detto male. Trovare un posto per un personaggio del genere sarà come pigiare nella stessa cassapanca due bambini litiganti e un pitbull. La parte divertente, nonché l’unica che abbia senso snocciolare in società, è dire che i politici sono vittime di possessioni demoniache (mi sono fatta quest'idea: che la vessazione di Pinotto sull'individuo è proporzionale al potere dell'individuo sulle sorti del pianeta). I commensali, di solito, specie se chic, annuiscono e ridono, e poi tornano a parlare di tutto quello che a loro interessa. Comunque questo weekend ho scopato per circa quarantotto ore di fila con uno sconosciuto. Mi ci voleva. Incontrare un uomo dedito al culto dei «Per ora», ogni tanto, mi bilancia. Nella foto: Gesù approva.pulsatilla |
03:20 | commenti (47)
martedì, 03 febbraio 2009 In questa casa c’è una lavastoviglie piccola, perché è una casa piccola. Non uso mai la lavastoviglie, preferisco lavare i piatti a mano: la lavastoviglie mi ricorda mia madre, gli anni Ottanta e il fatto che qui dovremmo essere di più, almeno in due. A volte la lavastoviglie mi guarda: mi sembra che abbia due occhi all’altezza della maniglia. Sembra che dica «usami», e allora la uso.
Ci vuole molto tempo per caricare la lavastoviglie. Bisogna sciacquare tutti i piatti. In più fa casino, i lavaggi durano un’eternità, non puoi usare l’asciugacapelli nel frattempo, bisogna asciugare le stoviglie con lo strofinaccio, rimetterle a posto. Non so perché mi abbiano fatto trovare una lavastoviglie in casa; forse perché immaginavano per l’inquilino una vita movimentata, con molta gente intorno. Invece la vita come sempre ti fa fare la fine della pentola del risotto a settanta gradi, ti stacca i sogni di dosso chicco dopo chicco e gli eventi dolorosi fanno il resto del lavaggio. Alla fine, impari il segreto dell’economia: sporcare meno, stare più tempo da sola. pulsatilla |
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lunedì, 02 febbraio 2009 Sono il gomitolo
e il groviglio la fibra che resiste e quella che si spezza. La penna è un ago con cui rammendo la mia vita. Tonino Milite pulsatilla |
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mercoledì, 28 gennaio 2009 La mia amica giornalista sa che ho bisogno di un uomo calmo e posato, ed è per questo che stasera ha deciso di presentarmi un collega che scrive in un inserto del Sole 24 ore.
Ripetete con me: Un inserto del Sole 24 ore. Un inserto del Sole 24 ore. Un inserto del Sole 24 ore. Un'altra amica giornalista, che ha recentemente intervistato Emanuele Filiberto, sostiene invece che sarebbe lui a fare al caso mio. Emanuele Filiberto. Emanuele Filiberto? Sì, dice che è simpatico, e poi gli piacciono le ragazze estroverse, tipo me. Emanuele Filiberto?! No, dice guarda, non è come sembra, è un tipo alla mano, fa cose semplici... Emanuele Filiberto. Raghy, lui è Ema. Ema, lui è il Lercio, lui è il Pippa, lui è il Pappa, lui è il Caciotta. Che si fa? Andiamo al Fanfulla? Dico, come se non avessi già una scarsa considerazione dei giornalisti. pulsatilla |
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venerdì, 23 gennaio 2009 Elaborare un lutto non significa piangere o che. È qualcosa di molto più capillare. Sta più dalle parti del prendere la bottiglia dell'olio di semi per saltare le patate e pensare, versandolo, che la bottiglia l'hai comprata quando [omissis] era vivo. Dire una frase al telefono con la stessa cadenza con cui l'avrebbe detta [omissis], e realizzare di aver ereditato da lui parte delle tue intonazioni, oltre a tutta una serie di sfumature che probabilmente hai assorbito solo tu e dunque moriranno con te. Ricostruire ossessivamente la vostra ultima conversazione, di cui sei l'unica depositaria perché camminavate soli sulla salita di un garage senza dirvi niente di particolare. Da lì provare a dedurre come si sia evoluta la Weltanschauung di [omissis] fino al giorno della sua morte: come stava, quando è morto? a cosa pensava? in cosa credeva? era sereno? era pronto? Certo che no. Scorrere la lista dei sogni senza scadenza che non ha mai realizzato, anche semplicemente quando vai a fare un biglietto per una città qualsiasi in cui [omissis] contava di tornare. Non che volesse fermamente tornarci, ma sai che quando l'ha visitata non la guardava con gli occhi di chi la sta girando per l'ultima volta. E poi vedi in filigrana tutte le cose che sei convinto di fare tu domani, e non farai. Fosse qui, lui ti direbbe, canzonatorio: «dovresti».
In loving memory of J. pulsatilla |
08:18 | commenti (32)
venerdì, 16 gennaio 2009 Sciorandusifò, chinungina sonitesciurà...
Una delle rivoluzioni epistemologiche che ha portato Internet è che, finalmente, dopo diciassette anni, abbiamo tutti un democratico accesso al testo della lambada. pulsatilla |
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domenica, 11 gennaio 2009 Mi sono spremuta il cervello per cercare di capire che tipo di uomo mi serve. Il libro «The Secret» dice che se visualizzi una cosa la ottieni. Ok, visualizziamo. Dopo gli sconvenienti bilanci 2008 (quanti uomini ho avuto? Enne. Con la metà di questi ci ho fatto robba hot. Con la metà di questi altri ci sono andata a letto. Con la metà di questi altri altri ho avuto una storia. Con la metà di questi altri altri ho avuto una storia davvero storia. La metà di questi li ho amati. Insomma, facendovela breve il risultato è 0,888) sono arrivata a delle conclusioni. All’età di sedici anni avevo già fatto la lista con le caratteristiche che un uomo deve avere. Essendo una sedicenne tracotante e fiduciosa nelle risorse del pianeta, l’elenco constava di 137 punti e conteneva formule arabesche come «deve possedere una decorosa ars dicendi» e «deve convalidarmi come essere umano ed esprimere un desiderio di condivisione, non di condizionamento». La dimostrazione che dieci anni non sono trascorsi invano si vede dal fatto che la lista attuale è ridotta a dieci punti sintetici. Illustro.
- Al primo punto, quello sull’estetica, c’è un campo vuoto. Dell’aspetto fisico non me ne batte più un picchio. Nella lista dei 137 punti ho versato litri di inchiostro per descrivere minutamente il guizzo ideale del dorsale, il pelo pubico che degrada verso l’ombelico, il gluteo riaceo, la folta chioma à la Agamennone che dirama dalla testa intelligentissima del novello Rasputin. Come se fino a oggi non fosse bastato guardarmi intorno per ridimensionare di molto le aspettative, è arrivato il carnevale di Facebook a mettere la pietra tombale su qualsiasi aspirazione. La carrellata di quelli per cui all’epoca mi strappavo i capelli è oggi una rassegna di stempiati, pingui, bolsi trentenni con gli occhiali; senza contare che la mia relazione più longeva è stata con un uomo di Neanderthal di cento chili con la panza a cocomero a cui depilavo la schiena con lo sfumabarba. Direi che nell’economia di un amore, l’aspetto fisico ha la stessa importanza dei pomelli delle porte quando devi scegliere se comprare una casa. Ok, ma se proprio devo esprimere una preferenza lo voglio 1,78, smilzo e tonico. Grazie. - Sincerità. Non tanto quella da interrogatorio («dove sei stato?», «al bar…», «buCiardo, eri con quella bottana»), quanto la limpidezza nel piccolo. Niente sofismi, niente trucchetti, niente nascondersi dietro un dito, niente intortamenti né piaggeria. Pizza o patatine? Patatine. Sicuro? Sì. E mi ami ancora? Non lo so, ci penso e te lo dico. Sapere che quella è la verità è rilassante. Se alla sincerità si associa anche la sintesi abbiamo fatto bingo. - Calma. No panic. No caos. No «porco cane dove hai messo le chiavi della macchina», no «sono in ritardo», no bestemmie, no ira, no entropia, no perdere le staffe, no sportellino del cruscotto che lo apri e ti cade tutta la discografia dei Pooh sui piedi. Chiaro, no? Grazie. - Soldi. Quelli necessari per poterci concedere viaggi, cinema, dischi, libri, cene fuori, vestiti e tutto ciò che serve a stare meglio (dice il saggio: i soldi non danno la felicità ma calmano tanto i nervi). Basta con quel giubbottino bucato, comprato alla fiera di Santa Caterina a quattordicimila lire, rammendato non so quante volte, che quando te lo infili devi stare attento a mettere la mano nella manica e non nel buco. Grazie. - Soddisfazione. Uno che sia bravo nel suo lavoro a detta mia, sua e di tutti, e che sia felice di quello che fa. Immagino che questo scremi dalla piazza agenti immobiliari, bancari, assicuratori e venditori di trinciapolli. A meno che non esista davvero il bancario entusiasta del suo lavoro («cara, oggi alla cassa di risparmio ho fatto tre mutui e due giroconti! Mi sento proprio un ganzo»??). Sicuramente l’ultimo che mi voglio accollare è l’artista frustrato. Un NO categorico a: aspiranti scrittori («non preoccuparti, ti presento io a un editore»), pittori falliti («non scoraggiarti, questa mela morta con putto triste è bellissima, vedrai che te la comprano»), chitarristi mediocri («stai bene con la frangetta, ma perché non mettete su un gruppo?»), registi incompresi («non prendertela, non sono ancora pronti per il tuo film…»). Piuttosto mi metto col venditore di ravanelli o vado alla banca del seme. - Cultura di base. Non è richiesto annunciare il pranzo in endecasillabi o recitare tutto Apollonio Rodio passando l’aspirapolvere. Però magari vedergli comprare un giornale almeno una volta nella vita – la Gazzetta dello Sport non vale – e vederlo al corrente del fatto che esistono anche libri non scritti da Giorgio Faletti può far piacere. - Niente sardi. Ci ho pensato moltissimo e questa è la mia risposta definitiva. - Sofferenza. Probabilmente è la cosa più importante. Deve aver sofferto. Molto, molto, molto, almeno quanto me. La sofferenza mi aggancia. Chiaramente deve anche aver fatto le crosticine sulle piaghe. Le ferite aperte macchiano i tappeti. - No fanatici del pallone. Tra me e un tifoso non c’è storia. Posto che a me del calcio non me ne frega un cazzo sbrodolone (ho capito qual è il mio problema, che il campo è troppo lungo: ovvero se fanno un totale vedo i giocatori piccoli piccoli e non riesco a distinguere chi sta facendo cosa; se vanno sul dettaglio non vedo cosa sta succedendo nell’altra metà campo e m’innervosisco; peggio ancora i piani americani perché mi costringono a subire l’analfabetismo piteco-labiale dei giocatori [«vaffangulo», «cornùto», «tua sorella batte»], pertanto preferisco di gran lunga seguire il nuoto sincronizzato, il basket o la pallavolo) dico ok, passi la coppa del mondo, perfino gli europei, passi pure la ritualità di andare allo stadio quando c’è il derby, la catarsi il cameratismo e tutto, ma che metà del mio divano sia occupata da uno gnu che ha fatto a coriandoli i biglietti del teatro per urlare contro il monitor… Per cosa, poi? Per l’amichevole Chievo-Real Madrid? No, impossibile. Potrei uccidere per molto meno. - Sesso. Soggetti da evitare: 1. Quello che si stende a palle all’aria e facendoti l’occhiolino ti dice: «usami» 2. Quello che lo devi prendere per mano, portare a letto, stendere, coccolare, psicanalizzare, tu vali, noi valiamo, essi valgono, ti desidero, spogliare, convincere, lubrificare e comunque no perché è tardi e domani mattina si deve alzare presto 3. Quello che ha visto troppi film con Jenna Jameson e ti sussurra cose porche nell’orecchio con l’accento del subappennino e ti sculaccia ma c’ha una mira di merda e ti prende i reni 4. Quello che ti sfiora e basta, tu a stento senti qualcosa e dopo venti minuti ti dice con un leggiadro soffio «vuoi venire sopra?» (ha letto tutto su Sesso: a qualcuno piace dolce, il box sotto a Fai volare il tuo metabolismo con il germe di grano) 5. Quello che prima di portarti a letto ti continua a mandare per settimane fiori e bigliettini fino a trasformare casa tua in una camera ardente 6. Quello olimpico, in posa plastica, che pare il profilo di Efesto sulla moneta da cinquanta lire, che t’afferra le caviglie con veemenza decisa da ferrotranviere e ti guida le gambe in varie direzioni (occhio che ci scappa l'incidente) 7. Quello che con il movimento sicuro, costante e pendolare del bacino protratto per un’ora e mezza pensa di starti facendo un gran servizio. Il che può anche essere vero, ma non se alle tue spalle c’è l’amichevole Chievo-Real Madrid. Am I reaching for the stars here? No, not really.* (Miranda Priestly in «Il diavolo veste Prada»). * Sto forse chiedendo la luna? Non mi pare proprio. pulsatilla |
08:19 | commenti (67)
venerdì, 09 gennaio 2009 Stasera vi voglio parlare di un film. Ma prima di parlare del film bisogna che vi parli di uno dei suoi registi, e di come l’ho conosciuto.
Francesco è arrivato a casa mia un anno e mezzo fa, completamente bagnato di pioggia. All’AppleStore dove avevo comprato il mio rognosissimo e – così mi pareva dopo due giorni passati a collegare spinotti – difettosissimo iMac mi avevano messo in mano una serie di nomi e relativi numeri di telefono per l’assistenza tecnica, tra i quali ne avevo scelto uno per simpatia fonetica. L’eufonico tecnico e io avevamo preso appuntamento per quel pomeriggio affinché lui mi accomodasse la rogna. Diluviava. All’epoca convivevo con un ragazzo che guardava in cagnesco tutti quelli che varcavano la porta di casa; io e l’eutecnico scambiamo pochi spezzoni di frasi, sistemiamo il computer e ci congediamo prima che il carlino gli azzanni la caviglia. Data la dimestichezza con cui il ragazzo mi ha illustrato il programma per editare sceneggiature, deduco che fa il tecnico della Apple come secondo lavoro e solo per mettere il piatto a tavola, e che di primo mestiere fa qualcosa attinente al cinema. Nel successivo anno e mezzo abbiamo scambiato pochissime parole via email – per lo più su problemi informatici; e qualcuna di più, giusto per indorare la ruvidità del primo incontro e per svelare i rispettivi mestieri – e scopro, infatti, che fa il regista. Scopro poco altro: che è amico di Daniele Silvestri, che ha una vespa, che ha una compagna e che ha una bimba in arrivo. Non credo più che per capire una persona ci si debba dire chissà che, infatti mi sono convinta che Francesco abbia un cuore puro dal primo scontroso approccio con i miei cavi usb e senza sapere assolutamente nulla di lui. Fine della prima storia. Seconda storia. Gli Inti-Illimani sono un gruppo di musicisti cileni vestiti con il poncho che nasce alla fine degli anni Sessanta. S’inerpicano con le dita su strane chitarrine, gorgheggiano felicemente, percuotono campanacci, scuotono maracas e parlano di rivoluzione. Il golpe del ’73 di Augusto Pinochet, politico storicamente contrario al poncho, li costringe all’esilio. I sei musicanti allegri trovano asilo in Italia, dove i giovani dell’epoca, tra cui mia zia, affollano i loro concerti e copiano di sgamo i loro album. Vent’anni dopo io recupero uno di quei nastri piratati a casa di mia nonna e imprendo una meritoria opera divulgativa degli Inti-Illimani presso la scuola media Ugo Foscolo di Foggia in comode audiocassette TDK (che all’epoca erano corredate da adesivi: un’automobile rossa, un cuoricino, una tazza di caffè e una chitarra che potevi attaccare dove volevi. Non è mai stato chiaro dove dovessimo attaccare la tazza di caffè). Quindici anni dopo devasto il mio computer con una lunga serie di cazzotti perché non mi carica i programmi e chiamo il mio tecnico di fiducia eufonica. Il quale mi fa aspettare un sacco di giorni prima di accorrere in mio soccorso perché è tutto preso dai pannolini e dal suo nuovo film. Arriva a casa mia un pomeriggio in cui diluvia. La scena si ripete identica all’altra, con la differenza che stavolta mi fa vedere le foto della pupa e mi mette in mano il dvd del suo film. Che film? Un fantastico documentario sugli Inti-Illimani: introduzione di Daniele Silvestri, del quale si menziona sul frontespizio la straordinaria partecipazione. Terza storia. Una mattina un mio amico mi fa: stasera c’è il concerto di Daniele Silvestri a Manfredonia. È gratis. Andiamo. Non avevo mai sentito Daniele Silvestri dal vivo. Non mi ero mai presa la briga di ascoltare la sua musica, me lo ricordavo soltanto come un ragazzo tristacchiotto e sottopeso, quindi di sinistra, che esordiva al festival di Sanremo con una canzone inquietante classificandosi ultimo. Dico ok. Andiamo a vedere Daniele Silvestri a Manfredonia. Sarà un concerto deprimente. Lui appoggerà la bocca sul megafono e ci dirà che il mondo fa cacare. Tra l’altro oggi mi sento io stessa come il cazzo. Perfetto quindi. È anche gratis. Quella sera scopro che Daniele Silvestri è: un ragazzo spiritoso e vitale con un dente storto; un ottimo musicista; un compagno; un uomo divertente; un ragazzo amato; uno gnocco. Riconosco, sotto una pila di canzoni, un loop preso paro paro dagli Inti-Illimani e mi gaso. Passo il tempo a ballare e a chiedermi se potrei invaghirmi di Daniele Silvestri. La risposta arriva presto. Quarta storia (breve, un sunto) Incontro al concerto la mia collega di teatro e scopro che lei segue Daniele Silvestri ovunque in tutta Italia e sguinzaglia le faine per scoprire in che albergo dorme e lo segue al ristorante e si mette in macchina e dice al pilota «segua quella macchina» e quando lo troverà si butterà ai suoi piedi – dice – e fa tutto questo perché vuole sposare Daniele Silvestri. (La soluzione più ovvia {Facebook} arriverà sette anni dopo.) E lì per lì realizzo che non farei mai nulla del genere, preferisco andare a casa, quindi comprendo che no, non potrei invaghirmi di Daniele Silvestri a questi livelli, e vado a casa. Seconda storia (reprise) Nel 1986, con la caduta di Pinochet, gli Inti-Illimani possono fare ritorno in terra patria. All’aeroporto li attende una folla oceanica di cileni di tutte le età, felici e commossi; credono ancora negli ideali della libertà e cantano a memoria le loro canzoni, anche le più recenti, e infatti non si capisce chi gliele abbia mandate (se non mia zia). Una parte del gruppo decide di trovarsi un lavoro serio e si mette a fare tipo gli elettricisti. Lo zoccolo duro dei musici resistenti, primo fra tutti Jorge Coulòn, presentissimo in carne e ossa anche nel documentario, nelle vesti di se stesso, nelle forme di un vecchietto simpatico e ottimista che somiglia in tutto e per tutto a mio zio Roberto (che è vedovo e vive in Argentina, per chi fosse interessata a sposare un sosia di Coulòn), continua a fare musica rivoluzionaria e senza perdere neanche un grammo di allegria rimpolpa il gruppo con giovani elementi di talento: un violinista, un percussionista, un flautista e un grassone nero cubano che sembra la risposta sudamericana a Bosco-Albert-«pessimo elemento»-Baracus dell’A-Team e suona tutto, e credo che faccia anche la differenza nel caso in cui un futuro dittatore decida eventualmente di rompere ancora i coglioni. La loro musica è essenzialmente sempre la stessa con piccole varianti. Musica de panza, così de panza che le perdoni pure di essere noiosa e zeppa di radici quanto i gerani di mia nonna. E guardando le immagini in bianco e nero dici cazzo, guarda là com’erano felici, guarda come ci siamo ridotti male noi con la macchina dal meccanico e il naso sporco di cocaina, possibile che prendiamo Gigi D’Alessio da Carrefour e ci siamo lasciati convincere che la musica sia questo. Tutto sommato gli Inti-Illimani fanno tenerezza perché ti mettono il cuore in mano, nessuno gli ha fatto il trucco e parrucco, parlano con semplicità per un’ora e mezzo e senza avere un discorso dritto, senza bugie, senza un filo di burro ti aprono la porta di casa e ti fanno vedere come suonano. Cantano con Daniele Silvestri e arrostano le salsicce in spiaggia. E poi il film finisce. E tu, spettatore, sei di nuovo nella tua vita, quella che ti hanno insegnato a chiamare libera. Ce l’hanno insegnato quelli, cos’è la libertà, quelli che vanno a fare la guerra dicendo che portano la pace, quelli che blindano i candidati sotto il bollino democratico, quelli che vogliono fare piazza pulita dei comunisti per fare spazio all’innovazione ma posseggono radio televisioni e giornali esattamente come Brežnev. Quelli a cui ci siamo consegnati mani e piedi, lasciando che rifondassero non solo la costituzione ma il vocabolario e tutto ciò che prima era nostro. Epilogo (vado a concludere) Il documentario, girato fra l’Italia e il Cile nell’arco di anni, raccoglie le interviste dei vecchi e nuovi membri del gruppo e insieme a loro ricostruisce la storia degli Inti-Illimani e la Storia in generale. Quella con la maiuscola, quella tout-court, delle battaglie che fanno vincitori e vinti. Naturalmente il tutto è raccontato dal punto di vista dei vinti che non sanno di esserlo. Perché il socialismo ha fallito, ma la notizia non sembra essergli arrivata. O magari proprio vinti non sono, se non altro perché a quello che cantano ci credono. E continuano, come i due registi che li hanno amati e filmati e seguiti ovunque, a fare del socialismo una ragione di vita. Fanno tenerezza, l'ho detto. Inti-Illimani - Dove Cantano Le Nuvole, un film di Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli (www.dondelasnubescantan.net) pulsatilla |
18:16 | commenti (21)
martedì, 06 gennaio 2009 Passato il Natale, passata Cuba, passata Foggia e passato pure il Capodanno. E tra poco anche la befana sarà passata. È uno di quei giorni al passato (fui, fu, fummo) in cui colo sangue da quattro buchi, due sono quelli del naso. È uno di quei giorni in cui capisci che nella vita si è felici solo quando si sogna di esserlo. E manco la soddisfazione di arrivarci da sola, me l'ha detto un amico.
pulsatilla |
19:20 | commenti (24)
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